Tommaso Moro, così come
appare dal palco, sulla fine del medioevo e il principio dell'evo moderno, è
stato assomigliato a Socrate; e per i rapporti tra individuo e Stato, nessuna
somiglianza è più viva. Ma Socrate non fu un letterato, non il capo d'uno Stato,
non quello che noi oggi chiamiamo un santo. Tommaso Moro ebbe in più di Socrate
una esperienza d'arte, di statista. di vita religiosa, pur avendo in comune con
lui una esperienza di pensiero nuovo e una situazione spirituale dì fronte allo
Stato.
Esperienza d'arte, abbiam
detto. Il Moro, infatti, è tra i più ricchi umanisti della sua terra. Fu l’amico
migliore di Erasmo, che in casa sua scrisse l'Elogio della follia. Fu
l'introduttore di Holbein a corte. Ha scritto una prosa inglese. che ne fa un
classico della sua lingua; un latino che ad Erasmo piaceva. E leggeva il greco
con intimità d’intelligenza. Shakespeare deve al Moro: «un paragone tra il
Riccardo III di Shakespeare, e la storia di Riccardo III del Moro. lascia
meravigliati sul suo debito», dice il Chambers. L'aura shakespeariana di
brutalità e tenerezza, di follia e di sorriso, di conoscenza profonda del cuore
dell'uomo ma senza disperazione, è l'aura della vita del Moro e della sua
intelligenza.: Ma non fu soltanto il bellissimo scrittore, sapiente sulla pagina
di luci e d’ombre, di pensieri e di fantasie, di meste modulazioni protratte e
d'improvvise gioie quasi gridate. Non pose tutta la sua vita nelle parole, nella
bellezza delle parole. Sapeva che le parole non sono soltanto belle (ché
soltanto belle, sono vane): sono quello che sono, spesso brutte e cattive: fanno
danno, ma anche possono far bene. Non ebbe – contro l'eterno vezzo degli artisti
– odio alla professione d'avvocato, e fu l'avvocato principe dei mercanti di
Londra, inglesi e stranieri. Spese la sua parola, nell'umiltà quotidiana, per
gli uomini e per la giustizia.
Non c’è avventura più
bella, di quella della sua amicizia con Antonio Bonvisi. il Moro avvocato, il
Bonvisi mercante, si ritrovarono amici d'una incomparabile dolcezza e serenità.
Questo ricchissimo Bonvisi che prestava al re, aveva compreso che cosa era nel
Moro.
Erasmo aveva una volta
manifestato il rimpianto: se il Moro fosse nato italiano! Quasi voleva dire: che
cosa immensa sarebbe stato! Ma egli, letterato puro che riuscì a redimersi
soltanto con l'avviare l'umanesimo alla filologia sacra, egli aveva in mente le
belle lettere, quas, diceva, Itali adorant. In realtà Tommaso Moro, che era
partito dall'Italia nel suo studio (ma non vi venne mai, come fecero suoi
maestri ed amici), Tommaso Moro aveva, col suo misterioso intuito e rapidissimo
segreto potere di impossessamento, aveva preso dell'Italia d'allora, qualcosa di
più e di meglio che non le belle lettere: quel senso della civiltà e
dell'umanità, che ritrovò nel Bonvisi. Il Bonvisi, come e noto, inviò in dono al
Moro, per il giorno della sua morte solitaria, la veste più bella che il Moro
avesse mai indossato anche da cancelliere e nella miseria e nella fame della
Torre, lo sovvenne di cibi e di conforti. Questo era l'umanesimo vero, e in un
grosso mercante: questa era quell'Italia.
Quell'Italia, che nello
scatenarsi della barbarie in Europa sotto forma di contese religiose,
nell'affondamento dell'unità europea, si trasse in disparte, con il suo sogno
non voluto disperdere né gettare. E non è detto, seppure è forse troppo presto
dirlo, che l'Italia, restando fuori, facesse male. Chi glielo rimprovera, è
stato a scuola dell'Europa scissa. Anche nel medioevo ci furono guerre, ma la
civiltà era una, come la cristianità: facevano dei poveri, non dei disperati. A
ogni modo, Tommaso Moro è con quella Italia.