Secondo William Roper, il genero di More, fu il Cardinale Morton che volle mandare Thomas ad Oxford, probabilmente al Canterbury College, oggi Christ Church, ad approfondirvi gli studi. Architettonicamente, Oxford allora doveva essere stupenda. Ma la vita che si faceva era austera e frugale, improntata ai costumi del medioevo. Le ore di ogni giovane studioso erano lunghe, con la levata alle cinque per il servizio divino prima della lezione mattutina (e forse con un’altra lezione alle nove), per affrontare una giornata che prevedeva studio fra pranzo e cena seguito da un ulteriore impegno sui libri fino al ritiro nella propria camera alle otto o alle nove. Gli studenti consumavano i pasti insieme in tavolate in comune, una campana o un coro annunciavano il pranzo alle dieci o alle undici di mattina e la cena alle cinque; nella conversazione era consentito solo il latino, e naturalmente ogni giorno si era tenuti ad assistere alla messa. Finito lo studio e prima di ritirarsi per la notte, la comunità salmodiava nel salone il Salve Regina o qualche altra antifona alla Vergine Maria. Nel primo anno di università i giovani iniziavano a cimentarsi con il trivium, che comprendeva grammatica, retorica e logica. Queste erano le «arti liberali», distinte dallo studio della teologia, con particolare attenzione alla logica o alla dialettica. Il programma doveva durare due anni, e poiché More rimase ad Oxford per un periodo analogo, dal 1492 al 1494, l’aveva probabilmente completato. I testi che doveva leggere comprendevano la Retorica di Aristotele (alla quale erano dedicati tre trimestri), i Topici di Boezio, la Nova retorica di Cicerone, come pure una selezione di opere di Pisciano e Ovidio. Il metodo d’insegnamento era organizzato con la stessa precisione del curriculum. L’insegnamento era basato sugli strumenti tradizionali della lezione e della discussione; le lezioni si tenevano in genere alle sei del mattino, quando il docente prendeva il libro stabilito per quella parte del programma e ne esponeva il significato. Egli era tenuto a fornire interpretazioni, a glossarlo, e a organizzare l’approccio mediante un certo numero di quaestiones, cioè di problemi posti dal testo stesso. I libri erano ascoltati piuttosto che letti. Evidentemente l’approccio poteva essere molto formalizzato e limitato, in questo poco diverso dall’insegnamento meccanico della scuola elementare; ma i docenti capaci avevano l’opportunità di formulare glosse e interpretazioni innovative. In altre giornate si tenevano le discussioni – nel dies disputabilis invece che nel dies legibilis – e una volta ancora il giovane More veniva coinvolto nel mondo dell’oratoria formale e del pubblico dibattito. Di fronte ai giovani allievi, studenti del secondo e del terzo anno, i maestri e i bacellieri erano tenuti a sostenere entrambi i lati di una proposizione o di una tesi – solitamente a un proponente si contrapponevano due oppositori – finché un giudizio finale, o determinatio, veniva formulato dal maestro che presiedeva (cfr., P. ACKROYD, Concentrato sui suoi libri, in Thomas More. Una sfida alla modernità, trad. it. di Luca Cafiero, Frassinelli 2001, p. 36-37). Ad Oxford cominciò pure a conoscere il greco, il francese, l’aritmetica, la geometria, e inoltre a suonare il flauto e il violino. Più tardi scriverà che da studente egli non aveva potuto permettersi i soliti divertimenti, per la ragione che anche per le spese più necessarie doveva scrivere al padre a Londra. «Il padre di More, poiché voleva che il figlio fosse ben educato, desiderò che fin da piccolo imparasse la frugalità e l’astemia, così che niente potesse interferire con il suo amore per lo studio e la letteratura. Per questa ragione, nonostante avesse tutto ciò che era necessario, a More non fu concesso nemmeno di avere un soldo a disposizione. Il dominio del padre su di lui era così forte che More non aveva neanche i soldi per riparare gli stivali, a meno che non ne facesse espressa richiesta. In età matura More era solito parlare della condotta del padre e la elogiava molto. Perciò è accaduto (avrebbe detto) che non sono incorso in alcun vizio o vano piacere, che non abbia speso il mio tempo in passatempi pericolosi od oziosi, che non abbia neppure conosciuto il significato della stravaganza e della lussuria, che non abbia imparato ad usare i soldi per scopi cattivi, infine, che non abbia amato o pensato altro se non i miei studi»
(T. STAPLETON, The life of Sir Thomas More, cap. I, Birth, Education and Studies, Edited by E.E. Reynolds, Burns & Oates, 1966, p. 3)


