San Tommaso Moro

"Il giusto sarà ricordato per sempre” Salmo 112,6;

Ti supplico, Dio onnipotente, per tutti noi che vogliamo scrivere. Accordarci la grazia di scrivere bene, o almeno di volerlo fare con le migliori intenzioni. Fa che anche gli scrittori imparino, come tutti i comuni mortali, a correggersi delle loro colpe e a vivere una vita buona. Aiutarci a pregare gli uni per gli altri affinché tu, Signore Dio, ci dia la grazia quaggiù e la gloria lassù. Amen.

Cerca nel Sito

Recapiti e Contatti

  • Milano - Via Orti 3 - 20122 MI
    Tel. 02 541 010 10
    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Crotone - Via Georgia 1 - 88900 KR
    Tel. 328 75 34 885
    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Sei qui: Home Le Opere Il Corpo Benedetto Testo in italiano

Testo in italiano

Un trattato per ricevere il corpo benedetto di nostro Signore, sia sacramentalmente che virtualmente, scritto nell’anno di nostro Signore 1534 da Sir Thomas More, Cavaliere, mentre era prigioniero nella Torre di Londra, opera che lui intitolò nel seguente modo: Per ricevere il corpo benedetto di nostro Signore, sia sacramentalmente che virtualmente. Quelli che ricevono il corpo benedetto di nostro Signore sia sacramentalmente che virtualmente, ricevono degnamente e nella dovuta maniera il benedetto sacramento. Quando dico "degnamente" non intendo dire che ogni uomo è così buono o può essere così buono che la sua bontà, potrebbe indurlo a giustificare il diritto di meritare di ricevere nel suo vile corpo terreno, la santa benedetta gloriosa carne e il sangue dello stesso Dio Onnipotente, unitamente alla Sua anima celeste e alla maestà della Sua eterna divinità, ma piuttosto che ogni uomo può prepararsi, collaborando con la grazia di Dio, ad assumere una condizione tale da essere accettata e giudicata, dall’incomparabile bontà del volere di Dio, dalla Sua generosità liberale, degna di ricevere il Suo proprio inestimabile prezioso corpo nel corpo di un così umile servo. Di tale natura è la meravigliosa bontà dell’Onnipotente Dio che Egli non soltanto si degna, ma addirittura si diletta nello stare con gli uomini, se essi si preparano a riceverLo con animo onesto e pulito, per cui dice: Delitiae meae esse cum filiis hominum . (La mia gioia e il mio piacere è stare con i figli degli uomini). E come possiamo dubitare che Dio ponga in questo il suo piacere quando al Figlio di Dio e allo stesso Dio onnipotente piacque non solo diventare il Figlio dell’Uomo (vale a dire il figlio di Adamo, il primo uomo), ma soprattutto, nella Sua innocente umanità, soffrire la dolorosa passione per la redenzione e la salvezza dell’umanità. In ricordo ed in memoria di ciò, Egli non disdegna di considerare meritevoli quanti volontariamente non si rendono indegni di ricevere nei loro corpi il benedetto corpo di Cristo per l’inestimabile benessere delle loro anime. E, in più, grazie alla Sua somma sovrana pazienza non rifiuta di entrare corporalmente negli ignobili corpi di quegli uomini le cui menti impure rifiutano di riceverLo, per grazia divina, nelle loro anime. In questo caso, però, simili individui Lo ricevono solo sacramentalmente e non virtualmente, vale a dire che ricevono il Corpo Benedetto nei loro corpi sotto il segno sacramentale, ma non ricevono la sostanza del sacramento, cioè la virtù e l’effetto che esso produce (vale a dire la grazia con cui diventerebbero membri viventi incorporati nel santo corpo mistico di Cristo), ma, al posto di quella grazia vivente, ricevono il loro giudizio e la loro dannazione. Costoro, a causa dell’enorme oltraggio del loro proposito, mortalmente peccaminoso, con cui osano ricevere il Corpo Benedetto, meritano (per sopportazione di Dio) di ricevere personalmente il diavolo, così dentro le loro anime da non ottenere mai in seguito la grazia di potersene liberare, ma come un uomo che con briglie e speroni cavalca e guida un cavallo e lo lascia andare dove vuole portarlo, allo stesso modo il diavolo, attraverso le sue tentazioni interiori, governa e guida l’uomo, lo trattiene dal bene o lo sprona ad ogni sorta di malizia, finchè lo spinge ad ogni misfatto, come fece il falso traditore Giuda, che ricevette peccaminosamente quel corpo santo, il diavolo lo indusse a perseguire prima il proposito proditorio della morte del medesimo Corpo Benedetto del suo amatissimo Maestro (quello che così di recente aveva ricevuto così peccaminosamente) e, nel giro di poche ore, alla disperata distruzione di se stesso. Abbiamo, perciò, un valido motivo di considerare bene, con grande terrore e venerazione, lo stato della nostra anima quando ci avviamo alla mensa di Dio, e quanto più riusciamo (con l’aiuto della Sua speciale grazia, ardentemente invocata prima) di purificare e mondare le nostre anime attraverso la confessione, la contrizione e il pentimento, con il pieno proposito, di abbandonare da quel momento in avanti gli orgogliosi desideri del diavolo, l’avida cupidigia dei miserabili beni di questo mondo e la torbida affezione della schifosa carne, ed essere, quindi, pienamente intenzionati a perseverare nelle vie di Dio e nella santa purezza dello spirito, per il timore che (se osiamo ricevere irriverentemente questa preziosa perla, questa perla pura, il corpo benedetto del nostro Salvatore, contenuto nel segno sacramentale del pane), simili ad un branco di porci che grufola nel fango e si voltola nella melma, possiamo calpestare questa perla sotto i piedi sordidi delle nostre vili affezioni, mentre dovremmo attribuire a quel segno un valore altamente maggiore di quanto gliene diamo, al contrario, con il camminare e lo sguazzare nella pozza del sordido, immondo peccato; sicchè la schiera dei diavoli può riuscire ad avere da Cristo il permesso di entrare dentro di noi come lo ottennero per entrare dentro i porci dei Geraseni , e come questi si misero a correre con loro senza mai fermarsi finché precipitarono da una rupe nel mare e annegarono, allo stesso modo essi corrono senza sosta contro di noi (a meno che Dio, per la sua grande misericordia, non li trattenga e ci dia la grazia di pentirci) e non mancheranno di affogarci nel profondo mare del dolore infinito. Riguardo questo atroce pericolo il benedetto apostolo San Paolo ci dà un misericordioso avvertimento quando, nella prima lettera ai Corinzi, dice: Quuicumque manducaverit panem et biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini. (Chiunque mangia il pane e beve il calice di nostro Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue di nostro Signore). Questo è (buoni lettori cristiani) un terribile e spaventoso giudizio che Dio (per bocca del Suo santo apostolo) pronuncia contro tutti coloro che ricevono indegnamente il più benedetto dei sacramenti, poiché essi si metteranno dalla parte di Pilato, i Giudei e il perfido traditore Giuda, dacchè Dio considera un’atroce offesa alla sua Maestà il mangiare indegnamente il Suo santo corpo, quale giudica quello di coloro che iniquamente e crudelmente lo hanno ucciso. Di conseguenza, fermamente decisi di poter evitare questo insopportabile pericolo, e ricevere il corpo ed il sangue di nostro Signore sicchè, per Sua bontà, possa considerarci degni (ed entrare, perciò, non solo con la Sua carne benedetta ed il Suo sangue sacramentalmente e fisicamente nei nostri corpi, ma anche efficacemente nelle nostre anime, con il Suo Santo Spirito, per mezzo della grazia divina), San Paolo, nel passo ricordato prima, dice: Probet seipsum homo, et sic de pane illo edat, et de calice bibat . (Ciascun uomo, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice). Ma in che modo possiamo esaminare noi stessi? Non dovremmo accostarci avventatamente alla mensa di Dio, ma riservarci prima - come ho iniziato a dire - il tempo necessario per considerare bene ed esaminare attentamente lo stato in cui si trova la nostra anima. In questa analisi sarà non solo molto difficile, ma forse impossibile, oltre ogni possibile nostro sforzo raggiungere la completa, indubitabile certezza su ciò, senza una speciale rivelazione di Dio. Poiché come dice la Scrittura: Nemo vivens scit, utrum odio vel amore dignus sit . (Nessun essere vivente sa se è degno del favore o dell’avversione di Dio. Ed in un altro passo: Etiamsi simplex fuero, hoc ipsum ignorabit anima mea . (Se sono innocente, vale a dire senza peccato, la mia mente non può certamente saperlo). Ma Dio, su questo punto, nella Sua somma benevolenza, è contento se ci sforziamo al massimo di fare tutto il possibile per provvedere a non commettere qualsiasi peccato mortale. Sebbene sia possibile che, malgrado tutto il nostro impegno, Dio (il cui occhio penetra molto più addentro nel fondo del nostro cuore di quanto non faccia il nostro) possa vedere il peccato meglio di quanto siamo in grado di fare noi stessi – perciò San Paolo dice: Nullius mihi conscius sum, sed non in hoc justificatus sum . (Dentro di me non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato). Cionondimeno Dio, per la Sua superiore generosità, apprezza il nostro reale impegno nella ricerca tanto da non addebitare a nostro carico quei peccati latenti e segreti che non rendono degni di ricevere il benedetto sacramento, quanto piuttosto la forza e la virtù con cui esso purifica quei peccati. In questo riscontro ed esame di noi stessi, come dice San Paolo, un punto molto importante che deve essere valutato nel nostro esame è la consapevolezza di possedere la giusta fede e convinzione riguardo al consacrato benedetto sacramento, vale a dire se noi realmente crediamo che esso sia, come in verità è, sotto la forma e la sembianza del pane, il vero corpo benedetto, la carne ed il sangue del nostro santo Salvatore Cristo, lo stesso autentico corpo e sangue che, morì e fu versato sulla croce per il nostro peccato, che il terzo giorno sorse nuovamente in vita e, con le anime dei santi consacrati uscì dall’inferno, ascese e salì prodigiosamente al cielo, dove siede alla destra del Padre e in modo visibile nella sua eccelsa gloria discenderà per giudicare i vivi ed i morti e premiare ogni uomo secondo le sue opere. Dobbiamo valutare, dico, se crediamo fermamente che questo sacramento benedetto non sia un semplice segno, un modello o un simbolo di quel santo corpo di Cristo, quanto piuttosto (in ricordo perpetuo della Sua amara passione, che Egli ha sofferto per noi) lo stesso prezioso corpo di Cristo che, in virtù della Sua propria onnipotenza ed indicibile bontà, ha sofferto, consacrato e offerto per noi. La considerazione di questo punto della fede, quando ci si appresta a ricevere il benedetto sacramento, è di tale necessità e di tale peso presso quelli che hanno l’età e il giudizio che senza di essa lo ricevono a loro dannazione. Se invece viene interamente e fermamente creduto diventa una grande opportunità sì da indurre ogni uomo a riceverlo bene in riferimento ad ogni altra proposizione. Perciò, prestiamo ben attenzione alle parole di san Paolo al riguardo: Qui manducat de hoc pane, et bibit de calice indigne, judicium sibi manducat et bibit, non dijudicans corpus Domini . (Chi mangia questo pane e beve questo calice indegnamente, mangia e beve il suo stesso giudizio, poiché non riconosce il corpo di nostro Signore). Qui il beato apostolo a ragione dichiara che chi, in ogni modo, riceve indegnamente il più sublime sacramento, riceve la sua stessa condanna, poiché manifesta attraverso la sua empia condotta, nel non riceverlo degnamente, di non riconoscerlo, di non stimarlo e di non considerarlo come il vero corpo di nostro Signore, quale esso è. In verità, se questa convinzione fosse profondamente radicata nelle nostre coscienze dovremmo predisporre tutto il nostro cuore, con ardente devozione, ad accogliere degnamente il benedetto corpo. Non c’é dubbio, d’altra parte, che se un uomo crede che esso sia il vero corpo di Cristo, ma non è infiammato per riceverlo devotamente, è come se lo ricevesse in modo freddo e senza ardore, credendolo non il Suo corpo, ma un semplice simbolo della sua presenza. A questo punto confido che, essendo ben salda nei nostri cuori la certezza che ciò che riceviamo sia il vero corpo benedetto di Cristo, siano superflue ulteriori istruzioni (o esortazioni) che ci ammaestrino o ci infiammino a riceverLo in modo umile e reverenziale. Per cui se immaginiamo che un grande principe terreno per mostrarci la sua particolare benevolenza venisse a visitarci nella nostra casa, che cosa non faremo con tutte le nostre forze pur di provvedere a che la casa sia in perfetto ordine, così che egli possa accorgersi quale affetto proviamo nei suoi confronti e quanto grande sia la stima che abbiamo di lui. Ora, se mettiamo a confronto quel principe terreno col principe celeste (il che sarebbe come paragonare un uomo con un topo), con quale mente semplice, con quale cuore tenero ed amorevole, con quale atteggiamento umile e riverente, il paragone ci avverte e insegna, che dovremmo sforzarci a ricevere questo glorioso re celeste, il re dei re, l’Onnipotente Dio in persona, che così amorevolmente si degna di entrare non solo nella nostra casa (per cui il nobile centurione confessò di non esserne degno), ma con il Suo prezioso corpo nelle nostre vili e miserabili membra e con il Suo Santo Spirito nella nostra misera, semplice anima. Quanta accuratezza e quanta solerzia possiamo pensare che siano sufficienti per prepararci all’arrivo di un così grande re, che per sua speciale grazia viene, non per imporci delle spese, né per spendere del nostro, ma per arricchirci di Lui, e tutto ciò nonostante i terribili torti che noi tanto irriconoscenti abbiamo fatto a Lui subire, e nonostante gli incomparabili benefici elargiti a noi tutti? In che modo allora dovremmo applicarci e prevedere che la casa della nostra anima (in cui Dio viene a riposare) non sia invasa da ragni velenosi o da ragnatele di peccati mortali che pendono dal soffitto, neanche da una pagliuzza o una piuma di un qualche pensiero profano, che potremmo scorgere nel pavimento, ma che non vorremmo spazzarlo via? Ma considerato che (buoni lettori cristiani) non siamo in grado di raggiungere questo grande punto della fede, né qualsiasi altra virtù, senza la speciale grazia di Dio, dalla cui immensa bontà deriva ogni cosa buona, per cui San Giacomo dice: Omne datum optimum, et omne donum perfectum, de sursum est, descendens a Patre luminum . (Ogni buon regalo ed ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre delle luci!) - preghiamo, dunque, affinché ci aiuti con la grazia a raggiungere questa fede e a purificare la nostra anima, affinché nell’attesa della Sua venuta siamo fatti degni di accoglierlo meritevolmente. Temiamo per la nostra indegnità e speriamo arditamente nella Sua bontà purchè non trascuriamo di fare con Lui la nostra parte. Se noi, infatti, pensiamo di confidare e di consolarci nella Sua bontà, senza compiere il nostro dovere, allora la nostra non è speranza ma una turpissima presunzione. Quando, poi, siamo alla Sua santa mensa, alla presenza del Suo corpo benedetto, consideriamo la Sua gloriosa maestà, che nel sacramento ci nasconde la Sua somma bontà e copre sotto la sembianza del pane l’aspetto particolare della Sua santa carne – sia per preservarci dal turbamento che, come tale, forse non potremmo sopportare se (così come ancora siamo) dovessimo vederLo e riceverLo come Egli è, nella sua forma, sia per accrescere il merito della nostra fede, credendo in modo obbediente a quella cosa di cui i nostri occhi e la nostra ragione sembrano mostrarci il contrario. Ora, considerato che, in molti di noi (quantunque sia questo ciò in cui noi crediamo) questa fede è molto fiacca e lontana da quel grado tale di vigore e forza che Dio vorrebbe che avessimo, diciamogli, insieme al padre che aveva il figlio muto, Credo Domine, adjuva incredulitatem meam . (Signore, io credo, ma aiutami nella mia incredulità), e con i santi apostoli, Domine, adauge nobis fidem . (Signore, accresci in noi la fede). Diciamo con il povero pubblicano riconoscendo la nostra indegnità con umiltà di cuore, Deus, propitiu esto mihi peccatori . (Signore Dio, abbi pietà di me che sono peccatore). E con il centurione, Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum . (Signore, non sono degno di riceverti in casa mia). E, nondimeno, insieme a tutti questi ricordi della nostra indegnità da cui consegue in noi una grande venerazione, paura e timore, non dimentichiamo, d’altra parte, di considerare l’inestimabile bontà di Dio che non disdegna, nonostante la nostra indegnità, di venire dentro di noi e di essere accolto da noi. Parimenti come nel riconoscere o ricevere il sublime memoriale della Sua morte (poiché in ricordo di ciò Egli consacra e dona a noi la Sua carne ed il Suo sangue benedetti) dobbiamo con tenera pietà ricordare e richiamare alla mente le amare pene della Sua dolorosa passione, e nello stesso tempo gioire e stare lieti a motivo della Sua incomparabile benevolenza (che Egli ha rivelato e proclamato verso di noi nella Sua sofferenza per il nostro inestimabile beneficio), così non possiamo non avere paura della nostra indegnità ed essere, insieme, ben lieti e pieni di fiducia avendo presente la Sua incommensurabile bontà. Santa Elisabetta, alla visita e al saluto della nostra benedetta Signora (avendo ricevuto, per rivelazione, la sicura consapevolezza interiore che Maria era rimasta incinta di nostro Signore), sebbene si trovasse essa stessa in condizione tale (a causa della differenza di età tra di loro), che avrebbe potuto pensare conveniente e appropriato che la giovane cugina andasse a farle visita, ma poichè Maria era la madre di nostro Signore, Elisabetta rimase molto sorpresa della visita e si ritenne così indegna, al punto che le disse: Unde hoc, ut veniat mater Domini mei ad me? (A cosa devo che la madre del Signore venga presso di me?). Malgrado il profondo turbamento per la sua indegnità, essa avvertì tale lieta benedetta consolazione, che il santo bambino, San Giovanni il Battista, balzò nel suo grembo, per cui disse: Ut facta est vox salutationis tuae in auribus meis, exultavit gaudio infans in utero meo . (Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino nel mio ventre ha sussultato di gioia). Ora come Santa Elisabetta, presa dallo Spirito, ebbe quelle sante inclinazioni, sia di riverente considerazione della propria indegnità alla visita della Madre di Dio, che di grande felicità interiore, lasciamo che questa importante nobile visita, in cui non la madre di Dio, come avvenne a Santa Elisabetta, ma di una persona incomparabilmente più sublime della madre di Dio si degna di visitare ciascuno di noi con la Sua presenza benedetta, non dentro la nostra casa ma dentro di noi – invochiamo, dunque, l’aiuto di quello stesso Spirito Santo che ispirò Santa Elisabetta e preghiamoLo affinchè in questa nobile e santa visita possa ispirare in noi l’inquietudine che nasce dal timore riverente del nostro sentirci indegni e nello stesso tempo generare il conforto e la gioiosa consolazione in ragione dell’inestimabile bontà di Dio, cosicchè ognuno di noi, con grande riverente timore e ammirazione, possa dire: Unde hoc, ut veniat Dominus meus ad me? (A cosa devo che il Signore venga presso di me), e non solo presso di me ma anche dentro di me, al punto che con cuore felice, alla vista della Sua presenza benedetta, possiamo dire sinceramente: Exultavit gaudio infans in utero meo . (Il bambino nel mio ventre – vale a dire l’anima nel mio corpo, simile ad un bambino innocente, così come lo era l’infante San Giovanni nel grembo della madre - ha sussultato di gioia, buon Signore. Ora, quando abbiamo ricevuto nostro Signore e Lo possediamo nel nostro corpo, non lasciamoLo solo per occuparci di altre faccende senza badare minimamente a lui (non sarebbe nel giusto chi così trattasse un ospite qualsiasi), facciamo in modo invece che tutte le nostre attenzioni siano rivolte a Lui. Con preghiera devota parliamo a Lui, con devota meditazione parliamo con Lui. Diciamo col Profeta: Audiam quid loquatur in me Dominus . (Ascolterò ciò che il Signore avrà da dire dentro di me ). Se metteremo da parte tutte le altre cose da fare e badiamo a lui, sicuramente, Egli non mancherà di comunicare nel nostro cuore, con giuste ispirazioni, quelle cose che ci saranno di grande conforto spirituale e di beneficio alla nostra anima. Provvediamo, dunque, insieme a Marta che tutte le nostre attività materiali Lo riguardino, cercando di dare sollievo a Lui e, per amor Suo, alla Sua compagnia, vale a dire la povera gente, ciascuno delle quali Egli considera non soltanto come proprio discepolo ma come se stesso. Giacchè Egli stesso dice: Quamdiu fecistis uni de his fratribus meis minimis, mihi fecistis . (Ciò che voi avete fatto ad uno solo dei minimi di questi miei fratelli, l’avete fatto a me). E insieme a Maria sediamoci in devota meditazione ed ascoltiamo attentamente ciò che il nostro Salvatore, essendo adesso nostro ospite, vorrà dirci interiormente. Ora, mentre Colui che ci ha creati, Colui che ci ha redenti, Colui che abbiamo offeso, Colui che ci giudicherà, Colui che ci salverà o ci condannerà, per sua grande bontà diviene nostro ospite, personalmente presente dentro di noi, per nessun altro scopo se non quello di farci implorare il perdono e in tal modo salvarci, abbiamo un tempo speciale per la preghiera. Non sciupiamo perciò questo tempo, non ci lasciamo sfuggire questa occasione, perché non sappiamo se capiterà o no di nuovo. Sforziamoci di tenerLo sempre con noi, e diciamo insieme ai due discepoli in cammino verso il villaggio di Emmaus, Mane nobiscum Domine . (Resta con noi Signore), così saremo sicuri che Egli non ci lascerà a meno che noi stessi irriconoscenti lo manderemo via. Non comportiamoci come la gente di Genezareth che Lo pregava di allontanarsi dai loro quartieri perché avevano perso a causa Sua i loro maiali, quando al posto dei porci salvò l’uomo liberandolo dalla legione di demoni che poi distrussero le mandrie dei porci . Similmente, allontaniamo Dio da noi per l’illecito amore dei guadagni mondani o per l‘infima lussuria, piuttosto che rinunciare ad essi per il bene della nostra anima. Possiamo, infatti, esser certi che, tutte le volte che ci comportiamo così non resterà con noi, ma Lo allontaniamo scortesemente da noi. Non facciamo come fece la gente di Gerusalemme che la Domenica delle Palme accolse Cristo regalmente in processione e con profonda devozione ed il Venerdì seguente lo sottopose ad una vergognosa passione; la Domenica acclamò, Benedictus qui venit in nomine Domin i. (Benedetto Colui che viene nel nome del Signore) e il Venerdì gridò, Non hunc, sed Barabbam . (Non vogliamo Lui ma Barabba); la Domenica esultò, Hosanna in excelsis , e il Venerdì, Tolle, tolle, crucifige eum . Di sicuro se a Pasqua Cristo lo riceviamo con tanta cura e devozione, tutte le volte che in seguito manchiamo vivendo in modo miserabile e peccaminoso, così da allontanare nostro Signore dalle nostre anime, al punto che la Sua grazia non rimanga con noi, dimostriamo di averLo ricevuto allo stesso modo in cui fu accolto dai Giudei. Perciò, facciamo in noi altrettanto per crocifiggere Cristo di nuovo: Iterum (dice San Paolo) crucifigentes filium Dei . RiceviamoLo (buoni lettori cristiani) in modo saggio, come fece il buon pubblicano Zaccheo che, desideroso di vedere Cristo, essendo piuttosto basso di statura, si arrampicò su un albero; vedendo la sua devozione, nostro Signore, lo chiamò e gli disse: "Zaccheo, scendi giù perchè oggi devo fermarmi da te" . Ed egli scese in fretta e pieno di gioia Lo accolse nella sua casa. Zaccheo non ricevette Cristo con una gioia incostante e con affetto passeggero, ma che lo accolse, perché fosse ben chiaro che lo riceveva, con sicura e onesta convinzione di spirito, lo dimostrò con le sue opere virtuose. Fu subito contento, di ricompensare in maniera generosa tutti gli uomini che aveva defraudato, per ogni moneta ne avrebbe restituite quattro e offriva in dono anche la metà di tutti i suoi averi ai poveri, deciso a fare ciò immediatamente, senza alcun indugio. Per questo non disse "Hai sentito che lo darò", ma disse, Ecce dimidium bonorum meorum do pauperibus . (Guarda, buon Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri). Come quest’uomo ricevette in casa sua nostro Signore con tanta solerzia, prontezza di spirito, gioia ed esultanza spirituale, Egli ci dia la grazia di ricevere il Suo sangue ed il Suo corpo benedetto, la Sua santa anima ed insieme la Sua onnipotente Divinità, tanto nei nostri corpi quanto nelle nostre anime, così che il frutto delle nostre opere buone possa testimoniare alla nostra coscienza che Lo riceviamo degnamente, con una fede abbondante e col proposito costante di condurre una vita santa, come è nostro dovere fare. Allora Dio pronuncerà un giudizio misericordioso e dirà alla nostra anima, come disse a Zaccheo, Hodie salus facta est huic domui (Oggi la salvezza è entrata in questa casa), ciò che la santa benedetta persona di Cristo, che noi realmente riceviamo nel benedetto sacramento, per merito della Sua amara passione (per la quale Egli ha predisposto che il Suo corpo nel benedetto sacramento dell’altare sia il memoriale), si degni, buoni lettori cristiani, di concedere a tutti noi.


Sei qui: Home Le Opere Il Corpo Benedetto Testo in italiano