San Tommaso Moro

"Il giusto sarà ricordato per sempre” Salmo 112,6;

Ti supplico, Dio onnipotente, per tutti noi che vogliamo scrivere. Accordarci la grazia di scrivere bene, o almeno di volerlo fare con le migliori intenzioni. Fa che anche gli scrittori imparino, come tutti i comuni mortali, a correggersi delle loro colpe e a vivere una vita buona. Aiutarci a pregare gli uni per gli altri affinché tu, Signore Dio, ci dia la grazia quaggiù e la gloria lassù. Amen.

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La Torre di Londra

La Torre di LondraFortilizio, reggia, prigione, braccio della morte per aristocratici e non: è la Torre di Londra, millenaria testimone di fasti reali e torbide vicende. Oggi è vicino alla fermata della metropolitana di Tower Hill. Il Tamigi vi scorre di fianco, passando sotto al caos formicolante del Tower Bridge. La Londra tachicardica, la Londra del villaggio globale, la Londra multirazziale, possiede in quest’angolo cittadino un’oasi di Medioevo intessuta di una storia ininterrotta: è la Tower of London, che narra dei Normanni, dei Plantageneti, dei Lancaster, dei Tudor, degli Stuart, degli Hannover e dei Windsor, regnanti in serie sulla Gran Bretagna nelle successioni dinastiche dell’ultimo millennio. Il fossato e la doppia cinta muraria, irrobustita da una foresta di torri, racchiudono i simboli e i luoghi delle alterne vicende del regno inglese, dipanatesi fra congiure, torture, incoronazioni e abdicazioni: così, quella millenaria stratificazione di edifici ed eventi finisce per attirare annualmente circa due milioni e mezzo di visitatori, richiamati dalla fama torbida e a tratti un po’ pulp di un monumento che a seconda delle necessità è servito da fortilizio, reggia, prigione e braccio della morte per nobili candidati alla decapitazione. Come Anna Bolena, che per farsi decollare con l’accusa di adulterio, nel 1536 al posto della solita mannaia pretese una più “aristocratica” spada, appositamente importata da Calais: e suo marito, il ben noto re Enrico VIII, aduso a cambiar moglie, fu lesto a esaudirne l’estremo desiderio sul patibolo del Tower Green, di fronte alla cappella di S. Pietro ad Vincula, che pareva quasi esser stata ricostruita dal corpulento sovrano giusto in tempo per accogliere le spoglie fedifraghe della seconda consorte. Imitata poco dopo da Caterina Howard, altra regina caduta in disgrazia nel 1542. Aperta al pubblico dal 1660, la Tower of London si presenta oggi ripulita dalle fatiscenti taverne, locande e caserme sei e settecentesche, che la riempivano fino ai restauri “rimedievalizzanti” di Anthony Salvin e di John Taylor nella seconda metà dell’Ottocento. È una rocca abitata attualmente dal corpo di guardia degli Yeomen Warders (i sottufficiali dell’esercito in pensione, definiti beefeaters, cioè mangiatori di manzo che, inamidati in abito da cerimonia, fungono lieti da guida turistica) e da una folta colonia di corvi dalle ali tarpate: dall’epoca di Carlo II (1660-1685) si tramanda che la monarchia britannica cadrà non appena quegli uccelli neri si saranno definitivamente volatilizzati. E siccome tutto il mondo è paese, per superstizione (regia?) si continua ad allevare i pennuti nel recinto della cittadella fortificata. Che ha origini normanne: approdava infatti proprio dalla Normandia il duca Guglielmo, detto il Bastardo e poi il Conquistatore, che il 14 ottobre del 1066 sconfisse ad Hastings l’esercito anglosassone guidato da Harold di Wessex. Divenuto rex Normanglorum fondendo razze e nomi, l’illegittimo figlio di Riccardo tirò su un’ottantina di castelli, atti a feudalizzare e controllare meglio il territorio conquistato tramite il governo di parenti e vassalli fedeli: prese pertanto a incastellare Hastings, Pevensey, Windsor, Corfe. E, naturalmente, l’antica Londinium, dove pezzi residui di mura romane d’età adrianea e severiana servirono ad appoggiare nell’angolo sud-orientale della città le prime massicce pareti della Tour Blanche, il mastio elevato con la candida pietra francese di Caen su progetto di Gundulf, vescovo di Rochester. L’imponente mole della Torre Bianca dovette essere completata con Guglielmo II il Rosso entro il 1100, per assurgere a fiera icona della potenza reale col successore Enrico I. Dotato di un ampio cortile recintato e presto fiancheggiato dalla Torre dei Rifornimenti, l’edificio risultò multifunzionale: a vari livelli furono dislocati l’appartamento del sovrano e quello del connestabile suo vice, i magazzini e le cucine, mentre in una sporgenza semicircolare della poderosa fabbrica venne ricavata l’abside della St. John Chapel, una chiesetta a tre navate di mirabile linearità romanica, curiosamente collocata al secondo piano e dedicata all’Evangelista. Non poteva mancare la cella per illustri detenuti: e se nel 1101 Ranulf Flambard, vescovo di Durham, riuscì a evadere con una corda nascosta in un boccale di vino, andò peggio al principe gallese Gruffyd ap Llewelyn, prigioniero di Enrico III, che nel 1244 cadde nel vuoto tentando di fuggire da una finestra con le classiche lenzuola annodate. A eccezione dell’ormai rovinatissima porta di Coldharbour, aggiunta nel XIII secolo sul versante occidentale, il maquillage effettuato nel corso dei secoli non ha intaccato la forma complessiva della White Tower, che accoglie una bella mostra di armature appartenute ai Tudor e agli Stuart. Fu intorno, piuttosto, che il palazzo si allargò, con i rinnovati apprestamenti difensivi predisposti da William Longchamp, vescovo di Ely, nonché cancelliere di Riccardo Cuor di Leone (1189-1199) alle prese con la crociata in Terrasanta: a quest’epoca risale il primigenio nucleo poligonale della Torre della Campana, inserita in un recinto murario che giunse a raddoppiare l’area precedente. Ma era comunque un rinvigorimento insufficiente, visto che Giovanni Senza Terra (1199-1216) si impossessò della fortezza per affermare il suo diritto a regnare. L’opera di fortificazione fu pertanto ripresa in grande stile con Enrico III (1216-1272), che innanzitutto attrezzò la Torre Wakefield ad alloggio del re e la Torre della Lanterna ad alloggio della regina, avviando l’erezione della Torre Maledetta e regalandosi una porta fluviale privata. Non contento, e forse un tantino preoccupato dai baroni intemperanti, nel 1238 rialzò a est e a nord una fenomenale cortina rinforzata dalla Torre del Sale, dalla Torre Martin, dalla Torre di Mattone, dalla Torre di Selce e dalla Torre Deveraux. Per ulteriore sicurezza, ai piedi dei massicci baluardi l’ingegnere fiammingo John Le Fosser impiantò un profondo fossato. Totale della spesa: 5000 sterline di allora, il corrispondente di quasi due milioni di sterline odierne. E in più, per la prima volta, il complesso turrito assolse alle funzioni di serraglio, e annoverò fra l’altro un inusuale elefante, donato da Luigi IX di Francia nel 1255. Tutto finito, il restyling? Macché: salito al trono nel 1272, Edoardo I decise di proseguire i lavori iniziati dal padre. In un decennio completò la Torre Beauchamp, spostò più avanti il fossato e costruì l’ennesima muraglia, concentrica alla precedente e dotata di due accessi: uno meridionale, dal corso d’acqua, sotto la Torre di San Tommaso (anche detta Cancello dei Traditori); e uno occidentale, da terra, comprensivo della Torre di Mezzo, di quella della Parola d’Ordine e della distrutta Torre dei Leoni con le gabbie per le fiere. L’approvvigionamento idrico fu inoltre agevolato dalla Torre del Pozzo, apparecchiata con degli scivoli per calare i secchi. Sette erano adesso gli ettari inespugnabili. Totale della spesa: oltre 21mila sterline dell’epoca! Logico che da quel costosissimo emblema della sovranità dovesse partire fra il 1236 e il 1685 lo sfarzoso corteo che si concludeva a Westminster Abbey per la proclamazione d’ogni re. Di converso, nella Tower of London si decise nel 1303 di trasportare dall’abbazia di Westminster i gioielli della Corona, che sono custoditi tuttora all’interno della caserma chiamata Waterloo Barracks. Attenzione, però: per addivenire alla Sala del Tesoro, che riunisce spade, scettri, corone e rutilanti insegne d’oro tempestate di perle e infinite pietre preziose (sul diadema della regina Vittoria si contano 2800 diamanti), il pubblico è tenuto a sorbirsi in fila indiana il filmato dell’incoronazione di Elisabetta II nel 1953, proiettato a ciclo continuo su schermi giganti. Se un tempo erano i ponti levatoi a garantire il passaggio alla Torre di Londra, ora il cammino è fatto in muratura e conduce nel Water Lane, il vicolo dell’acqua sulla sponda del Tamigi: nel percorrerlo si giunge fino alla Torre dell’Invasatura, un ulteriore ingresso fluviale che fu concepito da Edoardo III (1327-1377) insieme alla ricostruzione della parte alta della Bloody Tower e all’ampliamento del Molo della Torre. La celebre Rivolta dei Contadini fece tremare nel 1381 quello che era il simbolo fisico e psicologico del dominio monarchico: le truppe rivoluzionarie di Wat Tyler saccheggiarono infatti la Tower of London, cancellando la debole opposizione della guarnigione reale. Attacco intenso ma breve, tanto che Riccardo II poté ritornare nei suoi appartamenti della Torre Bianca, in cui si rifugiava nei periodi di lotte intestine. Lì, incolpato di tirannia, il 29 settembre del 1399 rinunciò al trono a favore di Enrico IV. Si apriva il Quattrocento, e si schiudeva il sipario sulle efferatezze di corte, lievitate dal 1455 con la Guerra delle due Rose (bianca per gli York e rossa per i Lancaster): maltrattato per lunghi mesi dai carcerieri, Enrico VI venne infine assassinato nel 1471, mentre pregava nella Lanthorn Tower. Una specie di legge del contrappasso toccò invece nella Torre Bowyer a un altro detenuto di rango, Giorgio duca di Clarence, che nel 1478 finì per essere annegato in una botte della prediletta malvasia. Trascorse un quinquennio, e i figli non ancora dodicenni dell’appena defunto Edoardo IV furono destinati alla Torre di Londra sotto le cure dello zio Riccardo, duca di Gloucester. Il quale non esitò a farli fuori per eliminare fastidiose discendenze: e grazie al duplice delitto, entrò per sempre nel novero dei re e nella letteratura shakespeariana, col titolo di Riccardo III. L’abitudine a togliere di mezzo personaggi scomodi non cessò certo con il Cinquecento e il Seicento, tutt’altro: lo rammenta il Wall Walk, il cammino di ronda del lato orientale, dove si infittiscono i graffiti dei prigionieri, in attesa di un giudizio che, fra XVI e XVII secolo, sovente si traduceva nella pena capitale. Dai muri sprizzano decine e decine di “firme”, frasi e disegni incisi nella roccia con la forza della fede o della disperazione: ricorrono ad esempio gli autografi del prete gesuita Henry Walpole o di Giovanni Battista Castiglione, precettore della principessa Elisabetta, assieme a quelli di Ambrose Rookewoode e di sir Everard Digby, cospiratori nella Congiura delle Polveri e perciò soppressi nel 1606. Un crogiuolo d’epigrafi è pure la Torre Beauchamp, riservata alle reclusioni vip di duchi, conti e lord, secondo un’usanza ben consolidata: qui Guildford Dudley trascorreva le lunghe ore della detenzione scolpendo nei conci litici il nome della sua sposa Jane Grey, regina per soli nove giorni nel luglio del 1553, fra la morte di Edoardo VI e l’ascesa di Maria la Cattolica. Marito e moglie, ventenne lui e sedicenne lei, finirono decollati. La prassi voleva ormai che traditori, oppositori e disturbatori della monarchia venissero tutti spediti nella famigerata torre. In cui aveva non a caso trascorso i suoi ultimi giorni Tommaso Moro, giustiziato nel 1535 con il vescovo Fischer di Rochester per non essersi allineato allo scisma anglicano. Era l’età dei Tudor, e i corpi di fabbrica venivano realizzati con travi frammiste a mattoni: si tratta di una tecnica edilizia tipica di quel periodo, lasciata archeologicamente in evidenza nel vano d’entrata del cosiddetto Palazzo Medievale, che raggruppa gli appartamenti della Torre di San Tommaso e della Torre Wakefield fino alla Torre della Lanterna. Rimaneggiato a più riprese, il quartiere è stato riattato di recente in stile Edoardo I, con tanto di attori in costume che raccontano storie antiche sulla vita di corte fra camere di rappresentanza, aule private, stanze con caminetti, cappellette e la restauratissima sala del trono, dal soffitto a volta e dall’arredo posticcio e luccicante, a fare la felicità dei turisti armati di flash e fantasia. È il Medioevo-business, e perché no? In fondo siamo a Londra, è qui la City. Non inganni il nome al singolare: la Tower of London, di torri vere e proprie, ne contiene una ventina. A pianta rotonda, rettangolare, quadrata o poligonale: ciascuna è composta da due o tre piani con relativi ambienti, dove spesso trovavano posto i residenti illustri. Gli ospiti più importanti disponevano addirittura di un intero torrione, per albergarvi il proprio numeroso seguito di cortigiani e servitù. Non solo: in caso di ospitalità... coatta, i prigionieri appartenenti alla nobiltà o al clero potevano occupare anch’essi un’intera torre, con codazzo di inservienti e parenti. I reclusi altolocati risiedevano sovente in alloggi di qualità comparabile allo status, ed era in quelle prigioni dorate che talora si raccoglievano, quasi come se niente fosse, pure le loro famiglie. Fra i primi detenuti di rango ci fu il re di Scozia John Baliol, sconfitto da Edoardo I e imprigionato nella Torre del Sale fra il 1296 e il 1299, prima di essere esiliato in Francia. Nel 1358 la porta Coldharbour si spalancò dinanzi al re francese Giovanni II il Buono e a suo figlio, prigionieri di guerra. Dalla Porta dei Traditori dovette entrare nel 1554 persino la futura Elisabetta I, relegata per un paio di mesi nella Torre della Campana per il presunto complotto ordito alle spalle della sorellastra regnante, Maria I la Sanguinaria (o la Cattolica, che dir si voglia). E fra gli ultimi ospiti “illustri” si annovera pure Rudolf Hess, il gerarca nazista, che dalla Torre di Londra è passato nel 1941. Sbucando di fronte alla Torre di Londra dal Tube, come è chiamata la metropolitana londinese, si è subito ai Trinity Gardens di Tower Hill, la collinetta del patibolo. Lì, dal 1381 al 1747, il boia ha “operato” su circa 120 prigionieri. Per lo più mediante un buon colpo di mannaia, dato che la decapitazione era considerata la morte più onorevole per gentlemen rei di tradimento. Ma non mancava il rogo per gli eretici o l’impiccagione per gli appartenenti ai ceti inferiori. Che, all’occorrenza, potevano anche subire un trattamento speciale: lo stiramento o lo squartamento. In pubblico: le esecuzioni erano infatti seguite da una folla urlante che si assiepava intorno al luogo dello spettacolo. Per l’occasione, venivano spesso approntate delle tribune lignee, che talvolta finivano per crollare sotto il peso degli spettatori accorsi in massa. Ma, oltre al patibolo esterno, ce n’era pure uno interno alla Torre di Londra, un po’ più intimo e riservato, nello spiazzo del Tower Green. A quel prato verdeggiante gettarono l’ultima occhiata da vivi lord William Hastings nel 1483, un paio di mogli di Enrico VIII, lady Jane Grey e Robert Deveraux, giovane conte di Essex, prima favorito di Elisabetta I e poi condannato dalla regina: considerata la sua enorme popolarità fra i londinesi, si ritenne troppo pericoloso decapitarlo sul Tower Hill, per timore di sommosse. Era il 1601: alla sua esecuzione fecero quindi da possente paravento le mura della Torre di Londra.


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