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don Divo Barsotti
DIVO BARSOTTI SU TOMMASO MORO
Quanto è stato bello stamani
ascoltare la relazione di Bice Rusconi su Tommaso Moro! Prescindendo dal
valore che può avere la sua relazione, è la figura del Santo che si
impone alla nostra meditazione;
tanto più si impone in
quanto in questi ultimi tempi, nella Comunità, abbiamo insistito molto
sulla spiritualità monastica, su argomenti che sembravano così lontane
da molti che nella Comunità vivono la vita di ogni donna di casa, la
vita di persone impegnate nella professione o nel lavoro della famiglia.
Sicché poteva sembrare che quanto dicevamo sempre più si facesse
estraneo alla nostra esperienza, inopportuno del tutto per noi.
Infatti, alcuni di voi mi hanno
detto che vi sono delle figliole nella Comunità che pian piano, non che
si vadano allontanando, ma si sentono un po’ più estranee alla Comunità
medesima proprio per questo fatto: troppo si delinea il carattere
monastico della comunità, troppo si insiste su quelli che sono gli
elementi essenziali di una vita contemplativa che sembra del tutto
aliena da ogni nostra aspirazione e vocazione.
Tommaso Moro ci ha ricondotti a
una vita monastica vissuta precisamente nel mondo. È l’esempio di
santità che noi dovremmo meditare forse più di ogni altro, perché non è
il santo che nel mondo collabora con la gerarchia nell’azione cattolica,
è il santo che è santo vivendo la sua vita; non rende una testimonianza
a Dio caricando la sua vita di un dovere che si aggiunge agli altri
doveri, di sposo, di padre, di uomo politico, di magistrato; ma
precisamente nell’obbedire alla sua vocazione di uomo nel mondo, egli
vive anche una sua vocazione monastica di totale consacrazione di sé al
Signore.
Un giorno, un servo del re venne a
chiamare Tommaso Moro mentre serviva la Messa. Intanto il servo si
meravigliò nel vedere come un Cancelliere servisse all’altare come un
semplice chierichetto, e quando Tommaso ebbe finito intendeva, se non
rimproverarlo, almeno richiamarlo al suo dovere di Cancelliere che
doveva essere sempre agli ordini di sua Maestà. – «E come sua Grazia –
rispondeva Tommaso – può essere scontento che io serva prima di lui
Colui che è suo e mio padrone?»
È precisamente questo primato di
Dio che egli afferma nell’istante stesso che muore: il primato di Dio
nella sua vita che egli afferma anche lungo tutto il suo cammino, sia
come magistrato sia come uomo politico, sempre. Il suo martirio non è
una grazia a cui egli non si sia preparato attraverso tutto un esercizio
della più fedele e umile attenzione e docilità al Signore.
Dall’età di venti anni, quando
egli è in forse se entrare fra i certosini o nella magistratura come
voleva suo padre, fino alla morte egli rimane un monaco; anche se egli
non entra nell’ordine di questi monaci contemplativi, ne vive la vita,
la vocazione, il distacco dal mondo. Pure nella semplicità di un
abbandono a Dio, nel godimento tranquillo dei beni che giorno per giorno
il Signore gli concede, in questa vita in cui tutti i valori umani sono
accettati nella precisa coscienza della loro relatività, nell’amore per
i suoi figli, negli onori che si accumulano su di lui, egli rimane un
monaco, un monaco che vive costantemente alla ricerca di Dio, il
servizio del Signore e, soprattutto, il riconoscimento di Dio come
valore supremo - mai dimentica quello che noi non dovremmo dimenticare
mai, che Dio deve essere il primo servito, mai dimentica quello che
anche noi ci siamo impegnati a riconoscere, umilmente, nelle professioni
più varie, in tutte le condizioni possibili in cui un’anima può venire a
trovarsi: che i valori soprannaturali devono avere il primato, che cioè
i valori contemplativi devono avere il primato. Servizio di Dio,
contemplazione, preghiera, umiltà, distacco, senso della relatività e
vanità delle cose, pure godendone… tutto questo noi ritroviamo in
Tommaso Moro in una forma, in una misura, in una bellezza che gli è
propria, che fra tutti i santi veramente lo distingue.
Tommaso Moro proprio per questo è
un nostro santo, uno dei nostri santi più cari; è un santo in cui nulla
ancora fa prevedere i santi della Controriforma, in verità un po’ troppo
artificiali, santi in cui, insomma, l’ordine naturale e l’ordine
soprannaturale non solo vivono in tensione, ma si manifestano quasi in
opposizione tra loro.
L’umanesimo di Tommaso Moro è
l’umanesimo di San Luigi re di Francia, di Giovanna d’Arco… è
l’umanesimo di questi santi che non sanno, che neppure pensano di essere
santi, ma vivono la loro adesione a Dio, il possesso della grazia, in
una continuità coi valori anche umani. Naturalmente, questa continuità è
resa possibile da una trasfigurazione che la grazia compie di questi
stessi valori.
Quello che soprattutto noi
dobbiamo vedere in Tommaso Moro è la possibilità di un umanesimo
cristiano, il quale umanesimo cristiano impone certo una trasfigurazione
dei valori naturali umani, ma questa trasfigurazione è tale che non
importa un sacrificio, una rinunzia ad alcuno di essi - importa, sì, un
passaggio attraverso la morte, ma la morte non è dolorosa, perché in tal
modo il mondo della grazia si innesta nella natura, che si passa dalla
natura alla grazia senza sforzo.
Tommaso Moro sorride della sua
prigione, egli ci vive come nella sua condizione migliore: ora veramente
come umanista può avere riposo - è l’otium degli umanisti - ora
finalmente nella prigione può avere quel raccoglimento e quel silenzio
che non avrebbe mai sognato di avere fintanto che era a Chelsea o che
doveva andare dal re; nella prigione, d’altra parte, può anche dormire!
Una volta il carceriere lo trovò seduto al tavolino, con gli occhi
chiusi… rimane interdetto, non osa avvicinarlo. Tommaso sorride: «che
vuoi che io faccia? Carta da scrivere non ne ho, non mi resta che
dormire». Ma non dormiva: pregava. Il passaggio alla vita soprannaturale
per lui non è una morte, ma un superamento. Egli passa dai valori creati
a quelli soprannaturali per un movimento di una tale semplicità che non
sembra neanche possibile.
Io non dico che voi potete imitare
facilmente Tommaso Moro: è molto più difficile imitare Tommaso Moro di
molti altri santi cristiani; vi dico soltanto che è un bell’esemplare,
un magnifico testimone, uno dei più grandi - ben pochi hanno potuto
parlare di lui senza ammirazione e amore.
Era possibile che la Chiesa
potesse continuare nella scia di Tommaso Moro? Questa è una domanda
delle più gravi che noi possiamo fare a proposito della storia della
Chiesa di questi ultimi secoli, perché effettivamente da questa risposta
noi possiamo vedere la possibilità per la Chiesa di una vita totalmente
diversa da quella che è la sua vita oggi – oggi la Chiesa, in fondo, può
tendere alla conquista del mondo, può avere delle pretese di dominio
sugli uomini, può avere delle pretese di dominio anche sulla cultura, ma
praticamente noi sentiamo che tra la Chiesa e il mondo vi è una
frattura. Se noi pensiamo che la Chiesa potesse continuare il cammino di
Tommaso Moro, ci rendiamo conto che allora questa frattura non si
sarebbe operata e che la Chiesa, oggi nel mondo moderno, sarebbe quello
che era nel Medioevo. Oggi ci troviamo un po’ all’opposizione, non
soltanto col mondo del peccato, ma col mondo semplicemente: la cultura
non è affatto cristiana, il potere non è affatto cristiano, anche se
esercitato da cristiani, perché va contro la Chiesa - anche il potere
esercitato dalla D.C. probabilmente va contro la Chiesa o, se non contro
la Chiesa, contro il Cristianesimo.
Se la Chiesa avesse seguito il
solco di Tommaso, questa frattura non si sarebbe operata. Ma noi ci
domandiamo, era possibile questo? L’esserci stato un solo San Tommaso
Moro dimostra che effettivamente è molto difficile pensare a una
continuazione di quell’equilibrio, di quella trasfigurazione dei valori
umani che nella sua spiritualità si era compiuta. Tuttavia, anche se
Tommaso Moro rimane al limite, non si può negare che è una bella, una
magnifica realizzazione cristiana. Più che in tutti gli altri santi noi
troviamo in lui il perfetto uomo della civiltà antica che raggiunge la
santità, che realizza nello stesso tempo la perfezione dell’uomo di
quaggiù e la perfezione dell’uomo di lassù. Il mondo presente e il mondo
futuro hanno in Tommaso Moro il loro eroe.
È un esempio - anche se ci sono
stati degli abbozzi: San Luigi IX re di Francia, Santa Giovanna d’Arco -
soltanto con Tommaso Moro si è giunti alla perfezione di questo tipo.
Nel Cristianesimo orientale c’è un Clemente Alessandrino che ha cercato
una composizione, ma subito dopo di lui si è sentito di doversi invece
opporre a quel mondo.
Qua non si tratta di opposizione:
come mai? E perché, d’altra parte, Tommaso Moro rimane un unicum nella
storia della santità cristiana? Perché fra tutti i santi cristiani è
colui nel quale, si direbbe, il peccato originale ha potuto meno che in
tutti - sembra che non l’abbia toccato: egli può godere di tutte le
cose, può partecipare a tutta la vita, accettare ogni cosa e rimanere
fedele anzitutto a Dio, e rimanere un’anima che attende veramente e
unicamente al Signore.
Tuttavia, se Tommaso Moro è
esistito, noi possiamo pensare che sia possibile alla Chiesa anche
continuare il suo cammino. E se questo cammino non è stato continuato,
lo si deve alla riforma protestante. Era inevitabile la riforma
protestante? Lo sa soltanto Dio; ma immaginiamoci un pochino che cosa
sarebbe stato della Chiesa cattolica se non ci fosse stata la riforma
protestante. Due sarebbero state le soluzioni e una di queste la
dobbiamo scartare: la Chiesa cattolica non sarebbe esistita più - e
questo non poteva avvenire perché è indefettibile la Chiesa - e allora,
se non ci fosse stata la riforma protestante, bisognava pure che la
Chiesa cattolica avesse seguito il solco di Tommaso Moro. In che modo?
In una larghezza, in uno spirito irenico, in uno spirito di adesione
anche ai valori terrestri, pur riconoscendo che questi valori in tanto
valgono in quanto sono mezzi alla vita soprannaturale.
La Chiesa invece è rimasta; non
soltanto rimasta, ma ha continuato a vivere, ha affermato di più la sua
forza, non continuando il cammino di Tommaso Moro, ma piuttosto
opponendosi a un certo umanesimo. È vero che la Compagnia di Gesù, nella
sua spiritualità, rimane fedele a certi principi dell’umanesimo
cristiano: basti pensare al suo insistere sulla libertà dell’uomo, basti
pensare a un certo disegno che c’è sempre stato nella Compagnia per la
teologia scolastica e a un più grande amore verso la teologia positiva,
di erudizione; basti pensare al culto che ha avuto verso le lettere. La
Compagnia di Gesù, insomma, ha continuato un certo umanesimo; tuttavia
noi sentiamo che non è l’umanesimo di Tommaso Moro. Principale impegno
della Compagnia di Gesù è quello della salvezza delle strutture della
Chiesa; è per salvare la Chiesa come società visibile fra gli uomini che
essa impiega tutta la sua potenza, usando di tutti i mezzi che il mondo
le offre.
San Tommaso Moro non ha queste
fisime: non è per la Chiesa che egli vive, egli vive nella Chiesa e
muore per non separarsi da lei. Ma non per difendere la Chiesa egli
vive; egli vive soltanto per essere come dev’essere in quanto egli è
cristiano: deve essere un figlio di Dio. Non dà altra finalità alla sua
vita che quella di rispondere alla sua vocazione cristiana, che quella
di essere un uomo divinizzato, un uomo che Dio ha chiamato a partecipare
alla sua vita.
Tutto questo è grande, perché vuol
dire che prima di essere cattolico è cristiano Tommaso Moro; mentre
molto spesso, dopo il Concilio di Trento, siamo cristiani perché siamo
cattolici, in quanto aderiamo alla Chiesa. Tutto questo dà un senso di
ristrettezza, di angustia… intendiamoci, sono grandi i santi della
Controriforma, grandissimi! Più grandi magari di San Tommaso Moro: non
si vuol qui valutare la grandezza dei santi. Si dice un certo tipo di
santità che può disturbare, dare al mondo un senso di angustia, onde
questa santità è testimonianza che il mondo riceve con maggiori riserve.
Nella santità, dopo il Concilio di Trento, si ha più l’impressione che
gli uomini siano a servizio non tanto di Dio, quanto di un partito, di
un partito religioso anziché politico, ma anche partito politico oltre
che religioso.
In San Tommaso Moro nulla di tutto
questo; egli non dà l’impressione di angustia che possono dare tutti i
santi dopo il Concilio di Trento, come giustamente notava il Maritain
qualche anno fa. Effettivamente, pochi sono i santi in cui vi sia questa
larghezza, per i quali essere cristiani voglia dire precisamente non
essere al servizio di alcuno, ma di Dio. Certo, per essere al servizio
di Dio bisogna morire per la Chiesa - e Tommaso è morto per la Chiesa.
Egli è prima di tutto cristiano: è in forza di questa sua pura adesione
a Dio che egli muore, muore non per non volere riconoscere Enrico VIII
come capo supremo della Chiesa inglese, ma prima di tutto perché non può
andare contro la propria coscienza; vuole essere uomo perfetto, vuole
essere l’uomo che aderisce al Signore. Che questo voglia dire per lui
non accettare Enrico VIII come Capo supremo della Chiesa è una
conseguenza. Prima di tutto c’è questa larghezza, insomma, tanto c’è
questa larghezza che i protestanti possono esaltarlo, mentre non si
sognerebbero mai di esaltare i santi della Controriforma inglese.
In fondo ha un po’ di ragione, in
questo, Benedetto Croce, che cioè la Compagnia di Gesù ha dato la più
grande affermazione che si è avuta nella Chiesa Cattolica dopo il
Concilio di Trento, però ha diminuito l’ideale di santità, almeno come
testimonianza a coloro che sono estranei alla Chiesa, ha diminuito la
larghezza della testimonianza della santità che era propria invece del
Cristianesimo avanti della Controriforma. Avanti, l’uomo vuole essere
uomo, vuole essere cristiano, vuole essere colui che obbedisce al
Signore; sa questo il cristiano, che non può obbedire a Dio che
mantenendosi nella Chiesa, perché la Chiesa e Cristo sono uno - diceva
santa Giovanna d’Arco - ma santa Giovanna d’Arco può essere veramente
condannata dai vescovi tutti dell’Inghilterra ed essere bruciata come
sacrilega ed eretica. E Tommaso Moro, un po’ come santa Giovanna -
sebbene non condannato dai preti - non può [non] esser riconosciuto
santo anche dagli altri. Immediatamente questi santi non sono a difesa
di una istituzione, sono a difesa di un valore molto più alto e più
universale. L’istituzione dev’essere a salvezza di questo valore più
alto e universale che è la coscienza del cristiano, che è il supremo
diritto di Dio all’obbedienza dell’uomo.
Per essere sempre più chiari: non
voglio diminuire davvero la grandezza dei santi della Controriforma,
state attenti bene a quello che dico! Ma, in loro, immediatamente, siamo
colpiti da una volontà degli uomini di difendere una istituzione: è
attraverso la difesa di una istituzione che l’uomo rimane fedele a Dio,
che l’uomo cerca di rispondere ad una sua vocazione religiosa,
cristiana. Qua, invece, non è immediatamente attraverso la difesa di una
istituzione, è nella fedeltà assoluta al dettame della propria coscienza
interiore, al valore religioso come il valore supremo, che l’anima
rimane anche fedele alla Chiesa.
Questo fa sì che Tommaso Moro sia
riconosciuto santo e grande figura di santità anche dai protestanti di
oggi. Naturalmente Churchill, che dice che la santità della Chiesa
inglese muore con Fisher e Tommaso Moro, non ne trae certo la
conclusione che allora si deve entrare nella Chiesa cattolica, perché
loro sono morti per la Chiesa Cattolica; pensa anzi il contrario. E di
fatto tutti i protestanti hanno accettato malvolentieri che fosse
canonizzato Tommaso, come i protestanti della Svizzera hanno accettato
malvolentieri che fosse canonizzato Nicola de Flue dalla Chiesa
cattolica, e come i pensatori e gli scrittori francesi non hanno
accettato volentieri che fosse canonizzata Giovanna d’Arco. Essi infatti
vedono in questi santi una santità che trabocca oltre i limiti angusti
di una semplice confessione religiosa quale è quella della Chiesa
Cattolica vista da loro come una setta religiosa fra tante altre sette.
Perché è vista così? Perché dopo il Concilio di Trento siamo un po’
abituati, ecco, a difendere prima la Chiesa e poi Cristo, poi Dio - non
Dio e, in conseguenza, la Chiesa perché Dio si manifesta nella Chiesa,
perché «Cristo e la Chiesa sono uno» ma prima la Chiesa.
Se, parlando alla Comunità, io ho
insistito sempre che noi non dovevamo fare dell’apostolato diretto, in
fondo tante volte l’ho detto proprio a ragion veduta, proprio per
questo: perché prima di tutto dobbiamo essere cristiani e soltanto in
quanto cristiani essere cattolici. A me non interessa che voi siate dei
buoni servitori di una propaganda elettorale o anche dei buoni strumenti
della Chiesa-istituzione: lavorare… intendiamoci, non vado contro questo
- ma non voglio che questo sia primario. Prima di tutto si impone
l’essere figli di Dio. Mantenerci fedeli ai valori supremi: prima di
tutto essere cristiani, che vuol dire avere fede, amare il Signore; in
conseguenza, perché Dio si rivela nel Cristo, noi dobbiamo essere fedeli
a Cristo e, perché poi Cristo a noi si fa vedere soltanto nella Chiesa,
questa nostra fedeltà a Dio praticamente non si risolve che nella
fedeltà alla Chiesa. Ma questo verrà.
Ora, vedete, molto spesso siamo
portati a giudicare della cattolicità di uno dal fatto se è vicino ai
preti o non lo è. Quanto spesso coloro che sono anche nell’Azione
Cattolica sono dei cattivi soggetti! Quanto spesso anche coloro che
servono alla Chiesa sono dei testimoni che bestemmiano di Dio! «Per voi
il mio Nome è bestemmiato fra le genti» - ha detto Dio nell’Antico
Testamento, e potrebbe ripeterlo oggi il Signore, per tanti che nella
Chiesa vivono, che sembrano strumenti della sua azione, i più vicini,
quelli che più la servono e, praticamente, invece la tradiscono.
Prima di tutto dobbiamo essere
santi. Soltanto in conseguenza della nostra santità, il nostro servizio
è servizio della Chiesa veramente, perché è prima di tutto servizio di
Dio. Non sarà mai a servizio della Chiesa quell’opera, quella vita che
non è a servizio di Dio. «Prima di tutto Dio deve essere servito» dice
prima di morire Tommaso Moro.
Anche noi dobbiamo dirlo, non
soltanto nei confronti di un re, ma anche nei confronti di una
istituzione. Prima di tutto Dio, e in conseguenza la Chiesa. Credo che
questa testimonianza sarebbe la più valida, la più efficace per il santo
di oggi: ridarebbe davvero alla Chiesa quel senso di cattolicità
veramente universale che alcune volte, per gli altri, essa ha perduto.
Per gli altri, non per noi; per gli altri che vivono fuori della Chiesa,
quante volte essa si presenta come una setta religiosa fra tante altre
sette, come un partito politico fra altri partiti!
Tremendo quello che oggi si sente
da noi comunemente, anche dai preti certe volte, cioè che i cristiani
sono i democristiani e che quelli che non sono democristiani non sono
nemmeno cristiani. Si identifica la nostra professione cristiana a un
partito. Tommaso Moro può appartenere a tutti, ma appartiene prima di
tutto a Dio. Non è cristiano in quanto appartiene a un partito - perché
non vuole nemmeno che i preti gli diano consigli, non accetta il
consiglio di quel benedettino. Prima di tutto la sua coscienza; è nella
fedeltà alla sua coscienza che egli rimane veramente cattolico, contro
tutti i vescovi dell’Inghilterra, contro tutti i monaci, tranne pochi
Certosini e un vescovo solo col quale egli ha corrispondenza - ma nel
carcere, dopo che egli già si è compromesso per sempre - e non ha
corrispondenza dal carcere per chiedere consigli. Mi ricordo di averle
lette quelle lettere che si scambiano fra loro due: da parte di Tommaso
Moro non c’è alcuna richiesta di consigli. Può dare, questo,
un’impressione di orgoglio da parte di Tommaso? No, è un senso invece di
umiltà e di riserbo di fronte a un’altra coscienza - non vuole che un
altro si carichi della responsabilità della sua morte; vuole essere solo
a portare il peso di questa responsabilità di fronte ai suoi familiari.
D’altra parte è così chiaro in lui il dettame della coscienza che egli
non ha bisogno di ricevere consigli.
E questo è grande. Vi dicevo
dianzi quale sarebbe stato il cammino della Chiesa se avesse continuato
il cammino di Tommaso Moro: magnifico! La rivelazione della cattolicità
della Chiesa sarebbe stata una cosa veramente grande nel mondo.
Veramente essere cattolico avrebbe
voluto dire essere uomo perfetto, tuttavia è qualcosa che fa pensare,
qualcosa di un po’ equivoco: natura e soprannatura è possibile che siano
così in perfetta continuità? - dicevo prima. Credo che dovesse avvenire
così come è avvenuto. Un ideale di così perfetta continuità, di coerenza
così perfetta è soltanto di spiriti grandi e rarissimi.
Era necessario alla Chiesa
salvarsi, forse, come si è salvata. Di fatto, l’unico grande umanista
che sia stato canonizzato è Tommaso Moro; Erasmo ci è andato vicino ma
non è canonizzato. Tuttavia, diceva bene il Bouyer che queste due
figure, Erasmo da una parte, ma soprattutto Tommaso dall’altra, ci danno
una grande invidia, soprattutto ci danno un senso di nostalgia, una
pena, perché noi vediamo attraverso di loro quello che potrebbe essere
stata la Chiesa, e non è.
Quanti valori conserva il
protestantesimo! E noi dobbiamo riconoscere che il protestantesimo è
fuori della Chiesa. Quanti valori ha l’umanesimo classico, quanti valori
ha la cultura profana! E noi dobbiamo riconoscere che la cultura profana
oggi è tutta al di fuori della Chiesa, anche se non è opposta alla
Chiesa. La Chiesa che cosa conserva? Conserva tutto, perché conserva
Dio! Ma certo, per coloro che vedono dal di fuori, la Chiesa sembra
ridursi sempre più al “resto di Israele” di cui parlavano gli antichi
profeti; e forse è questo anche il destino di una società religiosa: che
proprio si riduca ad essere il testimone di Dio nell’abbandono di tutti,
in un suo isolamento sempre più grande.
Non possiamo però dire che tutto
questo non dia a noi grande pena; e tanto più la pena è forte quanto più
vediamo delle figure come Giovanna d’Arco (che meraviglia di bellezza,
di purezza, di semplicità!) e come Tommaso Moro: amico, commensale dei
più grandi ed eletti spiriti dell’Europa di allora, giocondo, ironico,
intelligente, vivo, uomo che può avere tutti ai suoi piedi, compreso il
re, perché con la sua intelligenza avrebbe potuto benissimo manovrarlo,
se prima di tutto non avesse voluto essere fedele servo di Dio. E per
essere fedele servo di Dio, giocondamente a tutto egli rinunzia e va
incontro alla morte, in pura letizia, in pura semplicità, senza darsi
importanza, perché non ha importanza Tommaso Moro di fronte al Signore.
Concludendo: abbiamo in Tommaso
Moro un vero esempio di vita monastica vissuto nel mondo come pura
testimonianza di vita cristiana, di primato dei valori religiosi; egli
vive il primato di Dio, nel vero senso, vivendo tutta la vita, ma Dio al
di sopra di tutto. E questo lo vive veramente fino dalla giovinezza: la
preghiera che egli fa tutti i giorni con i suoi, la semplicità con cui
può accettare e rinunziare a ogni cosa - quello che è il suo bene è Dio
stesso, e Dio egli lo possiede nella fedeltà alla Chiesa, lo possiede
nella partecipazione ai Sacramenti - la Messa a cui assiste, la
Comunione che fa spesso, ogniqualvolta deve intraprendere qualcosa -
nell’ordinare a Lui tutto quanto egli fa, perché è fuori di dubbio che
tutti i valori umani in lui tendono ai valori supremi dell’umanità,
all’intelligenza e alla virtù, le quali poi non sono altro che valori
subordinati alla contemplazione divina, alla preghiera, al servizio di
Dio.
Rimane, in fondo, proprio per
questo, un’anima contemplativa Tommaso. Questo può consolare quelle fra
voi che sono oberate dal lavoro, e anche le madri di famiglia, che
trovano in Tommaso Moro un esempio anche più calzante di una vita
monastica vissuta nel secolo fra le preoccupazioni familiari, fra le
responsabilità più grandi… in fondo, tutto è nulla – dice Tommaso; e
sorride tranquillamente
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