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IL RACCONTO ITALIANO DEL
PROCESSO E DELL'ESECUZIONE DI THOMAS MORE
In una lettera del card.
Niccolò Schomberg al card. Marino Caracciolo
12 agosto 1535.
INTRODUZIONE
Le notizie della morte di Thomas More
giunsero rapidamente nel Continente e con una larga diffusione. Il
racconto del processo e della esecuzione di More fu pubblicato in
Latino, Francese e tedesco. La fonte di questa informazione e le ragioni
della sua diffusione non sono chiaramente conosciute. Questo studio si
propone di documentare come giunsero in Ialia le notizie sulla morte di
More in una forma molto simile all’Expositio
Fidelis de morte Thomae Mori et
quorundam aliorum insignium virorum in
Anglia e alla
Paris New Letter.
Il testo del racconto italiano è tratto
dalle Lettere di Principi, una raccolta fatta da Girolamo
Ruscelli. L’autore della lettera, Nicholas Schomberg fu il Cardinale di
Capua, un consigliere di fiducia del precedente Pontefice Clemente VII.
Nato a Meissen nel 1472, durante un
viaggio d’istruzione in Italia era stato affascinato dalla predicazione
del Savonarola e nel ’97 vestì in S. Marco a Firenze l’abito domenicano,
salendo fino al grado di Procuratore Generale dell’Ordine; nunzio in
Spagna e in Ungheria sotto Giulio II, in Francia sotto Clemente VII.
Leone X lo fece arcivescovo di Capua nel 1520. Paolo III lo creò
Cardinale il 21 maggio 1535. Secondo Sir Gregory da Casale fu Schomberg
che spinse Paolo III a dare a Fisher il cappello cardinalizio. Nello
stesso Concistoro Schomberg caldeggiò un’azione risoluta contro Enrico
VIII e l’immediata pubblicazione della bolla pontificia di intimazione,
ma la sua opinione non prevalse. Il testo stampato della lettera mostra
la data del 12 agosto 1535, e non c’è alcuna indicazione dal testo di
come Ruscelli ne sia venuta in possesso.
Il destinatario della lettera, Marino
Caracciolo, fu fatto Cardinale nello stesso Concistoro che vide
l’elevazione di Fisher. Come Schomberg, fu un ardente sostenitore di
Carlo V, che lo designò Governatore del ducato di Milano nel 1536.
Un raffronto da vicino con la Expositio
Fidelis e la Paris News Letter mostra che il racconto
italiano se non è una traduzione dei due documenti è per lo meno
un’interpretazione di un originale comune. L’originale potrebbe essere
stato benissimo la copia di una relazione che un paio di settimane dopo
l’evento già circolava a Parigi e che il Nunzio papale
Rodolfo Pio da Carpi ricevette da Anne de Montmorency, Gran Mestro della
Casa di Francesco I. Il 29 luglio Carpi, dopo averla tradotta in
italiano, indirizzò la lettera ad Ambrogio Recalcati, segretario di
Paolo III.
La lettera di Schomberg
può essere una riproduzione della traduzione italiana di Carpi così come
potrebbe fondarsi sulla traduzione italiana della Expositio fidelis
de morte Thomae Mori et quorundam aliorum insignium virorum in Anglia
del Cardinale Reginald Pole, un ampio documento traboccante
d’ammirazione per la vittima e di esecrazione per il persecutore, ch’era
stampato con la data di Parigi, 23 luglio 1535, indirizzata da un oscuro
«Philippus Montanus» a un certo «Caspar Agrippa», ma si andava dicendo
che fosse stato vergato dalla più celebre penna d’Europa: quella di
Erasmo.
La versione italiana del
Pole non ci è pervenuta, ma ne dà notizia una lettera di Damiao de Gois
ad Erasmo del 15 dicembre 1535.
Al di là della sua
provenienza la lettera di Schomberg è interessante come testimonianza di
una consapevolezza e di una risposta italiana alla morte di More.
Con molta probabilità
Schomberg inviato da Clemente VII per negoziare una pace tra Francesco,
Carlo ed Enrico conobbe More a Londra nel maggio del 1524. Ad ogni modo
riferisce di More come “antico amico mio” e fornisce un commento
sulla morte di More completamente indipendente dalla Expositio
Fidelis e dalla Paris New Letter.
Sorprendentemente questa
lettera non è stata stampata prima del 1573. Girolamo Pollini nella sua
Historia Ecclesiastica della Rivoluzione d’Inghilterra ci
riferisce della lettera e ricava, naturalmente, per la sua opera alcuni
particolari.
Il Catalogo delle
Letter and Papers of Henry VIII elenca la lettera, ma non ristampa o
traduce il testo, eccetto che per il paragrafo finale.
Le bibliografie di
Sullivan e Gibson non fanno menzione di essa.
De Vocht è a conoscenza
della lettera ma riferisce soltanto della sua presenza nella collezione
Epistres des Princes, una traduzione italiana di Ruscelli. Questa
informazione la ricava dagli Acta Thomae Mori di Stapleton, il
quale afferma di aver conosciuto la lettera di Schomberg nella sua
traduzione francese.
Reynolds riferisce della
versione spagnola e tedesca del processo e della morte di More, ma non
dice nulla circa la lettera di Schomberg.
Il racconto italiano del
processo e della morte di Thomas More è doveroso portarlo all’attenzione
degli studiosi di More non solo perché assomiglia agli altri racconti e
perché può rappresentare esattamente la forma nella quale le notizie del
processo e della morte di More giunsero alla corte papale, ma
specialmente perché è una delle maggiori indicazioni della capacità del
grande uomo inglese di conquistare il rispetto, l’affetto e l’amicizia
degli uomini di ogni tempo.
BIBLIOGRAFIA
Lettera del Cardinale Niccolò Schönberg al Cardinale Marino
Caracciolo sul processo e la morte di Thomas More, 12 agosto 1535,
conservata negli archivi vaticani è pubblicata la prima volta in
RUSCELLI G., Lettere di principi, le quali o si scrivono da
principi, o a principi, o ragionan di principi.Giordano Ziletti,
Venezia 1562, vol. 1, pp. 127-129.
WHEELER
T., “An Italian Account of More’s Trial and Execution”, in
Moreana Bulletin Thomas More, 26-1970, p. 33 (Viene riportato il
racconto per intero).
“Il processo e la morte di Thomas More in una lettera di
Niccolò Schönberg”, in .AA.VV, Idea di Thomas More
(1478-1978), Neri Pozza, Vicenza 1978, pp. 145-150 (Viene riportato
il racconto per intero).
FIRPO L., “Thomas More e la sua fortuna in Italia”, in AA.VV,
Idea di Thomas More (1478-1978), Neri Pozza, Vicenza 1978
pp.254-256.
Letters
and papers, foreign and domestic, of the Reign of Henry VIII,
ed. J. Gairdner,
London 1862 segg., vol. VIII, p. 1141.
L. von PASTOR, Storie dei Papi, Roma, vol. V, 1924, pp.
645-646.
RACCONTO
A MONSIGNOR MARINO, CARD.
CARACCIOLO DI MILANO.
Vostra Signoria Reverendissima
mi richiede, che io le scriva minutamente, come sia successa la morte,
che questi di s'è intesa, dell'infelice Messer Tomasso Moro, il qual
poco tempo fa era Cancellier grande d'Inghilterra, & io, che sono
obligato di servir Vostra Signoria Reverendissima in ogni cosa, son
contento di servirla anco in questa, quantunque la materia molto mi
dispiaccia, havendo a ragionar della ingiusta morte d'un'huomo tanto da
bene, innocente, valoroso, & antico amico mio. Saprà dunque Vostra
Signoria, per quel che scrivono d'Inghilterra, che il predetto Messer
Tomaso Moro fu menato il primo del mese di Luglio prossimo passato
dinanzi i giudici deputati dal Re. Et quando le querele, & informationi
fatte contra lui, furono publicate in sua presentia, il Signor
Cancelliere, & il Duca di Nortfolc si voltarono verso lui, dicendo cosi.
Voi vedete Messer Tomaso, che voi havete grandemente errato contra la
sacra Maestà del Re, nientedimeno habbiamo tanta speranza nella
clementia, e benignità sua, che quando voi vogliate pentirvi di ciò, &
rivocare la ostinata opinion vostra, nella quale tanto temerariamente
sempre siete stato costante, ottenerete in ogni modo gratia, & perdono.
Alle quai parole il detto Moro rispose. Signori, io vi ringratio quanto
più posso, del buon voler vostro, ma prego l'onnipotente Dio, che gli
piaccia mantenermi in questa mia giusta opinione, in modo, che in essa
possa perseverar' in sin' alla morte. Et quanto al carico delle querele,
che m'imponete, temo, che ne l'ingegno, ne la memoria, ne la parole mie
sieno sufficienti à rispondere, considerando la prolissità, & grandezza
de gli articoli, la lunga detension mia in prigione; & la lunga malaria,
& delibità grande, la qual al presente sopporto. Allora comandarono, che
gli fosse portata una sedia, sopra la quale assettatosi, segui il parlar
suo in questo modo.
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Niccolò Schömberg
di fra Bartolomeo di san
Marco
(il giovane a sinistra
con i capelli rossi)
Cristo e i pellegrini sulla
strada di Emmaus
Affresco staccato, cm
103x116, Firenze, Museo di San Marco, cappella del Giovanato
detta del Savonarola. Ubicazione: Firenze, convento di San
Marco, refettorio piccolo.
La datazione
dell’affresco è situata al 1506 -1507, in conseguenza
dell’identificazione, suggerita dal Vasari e universalmente
accettata, del giovane pellegrino dai capelli rossi con fra’
Niccolò Schömberg, che fu priore dal 1506 al 1507, con il nome
italianizzato di fra’ Niccolò della Magna, prima di divenire
arcivescovo e cardinale succedendo a Sante Pagnini amico di Fra’
Bartolomeo, forse effigiato nell’altro pellegrino. |
Quanto al primo articolo,
nel quale si contiene, ch'io, per mostrar la malitia mia contra il Re,
nella causa di questo suo secondo matrimonio, ho sempre; fatto
resistentia à Sua Serenissima Maestà, non risponderò altro, se non che
quello, ch'io ho detto, l'ho detto secondo il parere, & la coscientia
mia, non dovendo, nè volendo celar la verità al mio Principe. Il che, se
non havessi fatto, havrei certamente fatto come traditore, & disleale.
Et per un tal'errore (se pur si può chiamare errore) confiscati i miei
beni, sono stato condannato a perpetua carcere, nella quale già quindici
mesi io sono stato rinchiuso. Risponderò solamente al principal caso,
ove voi dite, che io sono incorso nella pena dalla statuto fatto
nell'ultimo consiglio, dopo l'havermi voi fatto mettere in prigione,
dicendo, che come ribello ingiustamente, & malitiosamente haveva
detratto al nome, titolo, onore, & dignità, della Maestà del Re in
quello, che dal predetto consiglio gli era stato concesso, cioè, che lo
ricevevano come supremo capo della Chiesa in Inghilterra. Et prima,
Quanto à quello, che voi m'opponete, ch'io non ho voluto rispondere cosa
alcuna al Signor Secretario del Re, ne all'onorando Consiglio di S.
Maestà, quando m'interrogarono, che opinione io havessi del detto
statuto, se non dire, che essendo io morto al mondo, non pensava punto à
tali cose, ma solamente alla passione del Nostro Signor Gesù Cristo: vi
dico, che per tal silentio mio, lo statuto vostro non mi può
ragionevolmente condannare alla morte, perche ne lo statuto vostro, ne
tutte le leggi del mondo possono punire alcuno, se non per qualche mal
fatto, ò detto, & non per un simile silentio, come è stato il mio. A
questo rispose il Procuratore del Re, dicendo, che questo cotal silentio
era dimostration vera, & indicio certo d'una maligna mente verso il
predetto statuto. Però che ogni leale, & fedel soggetto alla Maestà del
Re, essendo interrogato circa il detto statuto del parere, &
dell'opinion sua, era tenuto, & obligato a risponder categoricamente, &
senza dissimulatione alcuna, che tale statuto fosse buono, 8: santo.
Certamente disse il Moro, s'egli è vero quello, che nelle ragioni civili
si scrive, che è, Qui tacet, consentire videtur, il silentio mio ha più
presto confermato lo statuto vostro, che condannato. Et per quanto voi
dite, che ogni fedel soggetto è obligato a rispondere etc. s'intende,
che in cosa, che appartenga alla coscientia, il fedel soggetto è più
obligato alla coscientia, & anima sua, che ad ogni altra cosa di questo
mondo, quando la concientia sia di sorte, che non sia causa di scandolo,
ò di seditione al suo Signore, come è la mia, facendovi certi, che la
coscientia, et mente mia insino ad ora non è stata scoperta ad huomo,
che vìva.
Quanto al secondo
articolo, ove si dice, che io ho fatto contra il detto statuto,
scrivendo diverse lettere al Vescovo di Rochester, consigliandolo, &
essortandolo à non voler consentire al detto statuto, vorrei volentieri,
che dette lettere fossero portate, & lette in publico. Pure, poiché,
come voi dite, elle sono state abbruciate dal detto Vescovo, mi piace di
dirvi al presente brevemente il tenore di esse. In alcune non si
conteneva altro, che certe cose famigliari, come si richiedeva alla
nostra lunga, & antica amicitia. In alcune altre era la risposta di
quello che il detto Vescovo m'havea mandato a domandare, cioè, quello,
che io havessi risposto nella Torre alla prima mia essaminatione sopra
il detto statuto. Al quale io risposi sol questo, che io haveva
informato la coscientia mia, & che egli informasse la sua. ne altro
risposi, sopra il carico dell'anima mia. Questo è quanto si conteneva
nelle mie lettere, per le quali secondo lo statuto vostro non mi potete
condannare à morte.
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Marino caracciolo
(Particolare della tomba del
Duomo di Milano)
Agostino Busti detto il Bambaja
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Quanto al terzo articolo,
che dice, che quando io fui essaminato per lo consiglio, io risposi, che
lo statuto vostro era, come una spada da due tagli, che volendo
osservare, si perderebbe l'anima, & non osservandolo, overo
contradicendogli, si perderebbe il corpo, quello che medesimamente ha
risposto il Vescovo di Rochester, per lo qual detto a voi pare, che
apertamente fossimo d'accordo, vi dico, ch'io non risposi, se non con
conditione, cioè, che se lo statuto era come una spada da due tagli, io
non sapeva in che modo l'huomo havesse a governarsi, non volendo
incorrere nell'uno de' due pericoli. In che modo il detto Vescovo habbia
risposto, io non lo so. Se egli ha risposto come io, è stato per
conformità de' nostri ingegni, & dottrina, ò studii, non già che fossimo
d'accordo cosi tra noi. ne pensate, che mai io habbia detto, ò fatto
cosa alcuna contra lo statuto vostro con malitia. Può bene essere, che
malitiosamente sieno state rapportate parole del fatto mio alla Maestà
del Rè. Questo detto, furono domandati per un commandator Regio, dodici
huomini, secondo il costume, et usanza del paese d'Inghilterra, à quali
furono dati i detti articoli, accioche per essi giudicassero, se il Moro
havesse malitiosamente contrafatto al detto statuto, ò nò. Costoro,
poiché hebbero essaminata la causa tra loro per ispatio d'un quarto d'hora,
ritornarono dinanzi à Giudici principali ordinarii, & pronuntiarono
questa parola, GHYTY, la quale in Italiano significa reo, ò degno di
morte. Dopo questa condannatione, il Signor Cancelliere pronuntiò in
publico la causa della retentione del Moro secondo la forma, & tenore
della nuovalegge. Dopo questo cominciò il Moro a parlare, dicendo.
Adunque, poi- ch'io son condannato (& Dio sà come) voglio un poco più
liberamente parlare dello statuto vostro, per levare all'anima mia anco
questo carico. Sono già sette anni passati, che io non fo altro, che
studiare sopra questo caso, ne mai ho trovato appresso alcun Dottore
Ecclesiastico, che un secolare, overo temporale possa, o debbia esser
capo sopra lo spirituale. Questo detto, gli fu interrotto il parlare dal
Signor Cancelliere, il qual disse. Messer Tomasse, voi volete essere
stimato più savio, e di miglior coscientia, che tutti i Vescovi, tutti i
nobili, & tutto il resto del Regno universalmente. Al quale il Moro
rispose. Signor mio, per un Vescovo, che voi havete, dell'opinion
vostra, io ho de' santi più di cento della mia, & per un vostro
parlamento, o Concilio (& Dio sa che Concilio) io ho tutti i Concilii
generali, fatti da mille anni in quà, & per un Regno io ho la Francia, &
tutti gli altri Reami di Christianità. Disse allora il Duca di Nortfolc.
Adesso Moro vediamo la malitia tua chiaramente. Rispose il Moro, Signor
Duca, mi è stato di necessità dir questo, per dichiaratione della
coscientia mia, & satisfattione dell'anima, & di questo chiamo il Signor
Dio per mio testimonio, il quale è solo scrutatore de cuori humani. Et
più vi dico, che questo vostro ordine, & statuto è mal fatto, perche già
havete fatto professione, et giurato, di non far mai cosa alcuna centra
la Chiesa, la quale tra' Christiani è una sola, intera, & indivisa: ne
voi soli havete autorità, senza il consentimento di tutti gli altri
Christiani, di far nuove leggi, ò statuti centra la detta unione di
tutti. Ma non è però questa la causa, per la quale m'havete condannato.
Se io bene per qual causa, che non per altro m'havete condannato, se non
che per lo passato non ho voluto acconsentire al nuovo matrimonio della
Maestà del Re. Ma spero nella Divina bontà, & misericordia, che come San
Paolo, secondo che si scrive nella sua vita, perseguitò Santo Stefano,
ne per questo resta, che non sieno adesso amici in Cielo; cosi noi
tutti, ancora che in questo mondo siamo discordi, nell'altro habbiamo ad
essere uniti con perfetta carità. Et cosi io prego l'onnipotente Iddio,
che voglia servare, & guardar da male la sacra Maestà del Rè, & darle
buon consiglio.
Dopo questo, essendosi il
Moro rimenato alla Torre di Londra, una sua figlia chiamata Margherita,
innanzi che entrasse nella detta Torre, gittatasi nel mezo della turba
di gli arcieri, & satelliti, mossa da un'estremo dolore, & amore
paterno, senza rispetto alcuno dell'assistentia del popolo, ò del loco
publico, venuta al padre, & abbracciatelo strettamente, lungamente cosi
il tenne, senza mai poter mandar fuori voce, ò parlargli.
Il dolce padre, poi che
gli fu concesso da gli arcieri, per racconsolarla un poco, disse:
Margherita figliuola, babbi patientia, ne ti dare affanno, perche egli è
volontà di Dio, che cosi sia. Hai conosciuto l'animo, & la natura mia,
già fa gran tempo. Dopo questo, essendosi la detta Margherita dilungata
dal detto suo padre la spatio di dieci, ò dodici passi, da capo ritornò
ad abbracciarlo. Alla quale il padre con fermo viso, & parlare, senza
mutatione alcune di colore, ò spargimento di lagrime, non disse altro,
se non che pregasse Iddio per l'anima sua. Il mercordi seguente fu il
detto Moro decapitato su la piazza grande della Rocca di Londra. Il qual
poco innanzi all'essecutione, brevemente parlò alcune cose, pregando gli
assistenti, che volessero pregar Dio per lui in questo mondo, & egli
pregherebbe per loro nell'altro. Poi gli essortò, & pregò con grande
istantia, che volessero anche pregare Dio per il Re, accioche gli desse
buon consiglio, protestando, che moriva suo buon servitore, &
principalmente del Signore Iddio.
Questa, Monsignor
Reverendissimo, è stata la fine di Messer Tomasse Moro, non so se più
degna d'esser pianta, che invidiata. Dio l'habbia ricevuto nella gloria
del paradiso, come io credo, & spero. Se in altro posso servir Vostra
Signoria Reverendissima, facciami favor di commandarmi, come ha fatto
hora.
Delle cose di Tunisi,
dopo la presa della Terra, & la fuga di Barbarossa, non c'è altro di
momento, se non che Barbarossa s'è salvato a Bona con più d'otto mila
Turchi, & gran moltitudine di Mori. Antonio Doria n'andò per menar via,
o per abbrucciare XV. galee, che vi sono, ma non ha potuto far ne l'uno,
ne l'altro, havendole trovate affondate a meza acqua. Da poi v'è andato
il Principe Doria con XI. galee. L'Imperatore se ne verrà a Palermo, &
di là a Napoli, dove si tratterrà tutto questo inverno, & a primavera
verrà a baciare il piede al Papa. Ma di tutto Vostra Signoria
Reverendissima sarà ragguagliata a pieno dall'Agente suo, al quale ho
comunicato ogni cosa. Alla buona gratia sua humilmente mi raccomando. Da
Roma. A' XII. d'Agosto. 1535.
Di. V. Signoria
Reverendiss. & Illustriss. umilissimo ser.
Nicolo, Cardinal di
Capua.
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