Thomas More ed Erasmo da Rotterdam si incontrarono per la prima volta a un pranzo del Lord Mayor di Londra nell'estate del 1499. More aveva allora ventidue anni, Erasmo una decina di più. Si conoscevano a distanza per le loro prime prove letterarie, ma non si erano mai visti fino ad allora. Seduti vicini, cominciarono ad intavolare la conversazione, rigorosamente in latino, e dopo poche battute l'olandese non poté che esclamare: “O tu sei Thomas More o nessun altro”, e l'inglese: “O tu sei Erasmo o il diavolo”. Erasmo e More differivano in tutto, o quasi: per l'ambiente in cui erano cresciuti, per l'educazione ricevuta, per il temperamento che si portavano appresso; ma quando i due si incontrarono, scoprirono le loro affinità elettive, e l'uno diventò all'altro insostituibile e prezioso. I tentativi di scindere il nome di Erasmo da quello di More si sono ripetuti nel corso di mezzo millennio perché la vicinanza dell'umanista che maneggiava l'ironia e la polemica graffiante come nessun altro sembrava compromettere la oleografia di More modello di ortodossia rigida e “papista”. In realtà quei due erano e restano inseparabili, al punto che per conoscere da vicino l'uno bisogna sempre interpellare l'altro. Abbeverati alle medesime fonti - la Sacra Scrittura, la patristica greca e latina e la cultura classica - e vissuti nella stessa epoca, furono legati da una di quelle amicizie totali la cui delicatezza si rivela in mille tratti affascinanti, tanto che essi costituiscono la coppia più affiatata e insieme di più alto profilo dell'età moderna. Di quell'amicizia mi è stato caro ricostruire la storia attraverso i loro incontri, i reciproci doni, gli interventi dell'uno in difesa dell'altro, le comuni battaglie, speranze e delusioni. È quanto ho fatto nella prima parte del volume: Erasmo da Rotterdam, Ritratti di Thomas More. La Scuola, Brescia 2000.
Erasmo era stato un religioso agostiniano e rimase prete per tutta la vita che egli consacrò non solo alla rinascita della cultura umanistica, ma anche alla riscoperta e diffusione dei Padri della Chiesa e, in primo luogo, alla revisione del testo greco e latino del Nuovo Testamento. Riprendere dopo undici secoli il testo sacro che Gerolamo aveva consegnato alla cristianità con la sua Vulgata e rileggerlo criticamente, avvalendosi di nuovi strumenti filologici, era impresa di tale arditezza da sembrare a molti blasfema, anche perché si accompagnava esplicitamente a un programma di profondo rinnovamento religioso e di ritorno alle pure sorgenti del Vangelo. Ed è alla luce di quel vasto, articolato disegno di riforma che si colloca anche la parte polemica dell’opera erasmiana, che trovò la sua più efficace espressione in quel mirabile intreccio di fantasia e protesta, scherzo e serietà, di sarcasmo e invocazione appassionata alla rinascita spirituale che è l'Elogio della Follia. Erasmo dedicò l'Elogio a Thomas e nella dedica si legge: “Di te assente, o primo dei miei amici, mi ricordo proprio come godo della tua presenza che, come sai, è il sommo piacere che mi sia concesso dalla vita. Per la singolarità e la perspicacia del tuo ingegno tu ti discosti enormemente dalla gente comune; eppure per l'incredibile delicatezza e affabilità della tua indole riesci a essere, e con gioia, l'uomo di tutte le ore per tutti”. Erasmo conia qui per l'amico l'espressione cum omnibus omnium horarum homo, l'uomo di tutti in ogni momento, che di lì a poco in una guida all' apprendimento del latino diventerà a man for all seasons; “un uomo per tutte le stagioni”: una frase che è divenuta la definizione più popolare e classica a un tempo di More. Essa, infatti, sta a significare sia la perfetta disposizione di More a essere sempre all’altezza di ogni situazione, fino a quella suprema del sacrificio della vita, sia la possibilità per gli uomini di qualsiasi epoca storica - e dunque anche per noi - d'incontrare quel grande cristiano e di accoglierlo come compagno di viaggio. L'olandese sparse in numerose lettere ai suoi corrispondenti ricordi, giudizi, descrizioni stupende di More e i due si scambiarono tra loro cinquanta lettere entrate a far parte del monumentale Opus epistolarum di Erasmo. Ma il ritratto più affascinante di More il principe degli umanisti lo ha tracciato di proposito in quattro lettere che indirizzò ad altrettanti amici e che ora sono state per la prima volta tradotte e commentate nel nostro volume. Erasmo scrisse quelle lettere - designate con i numeri 999, 1117 1233, 2750 - con estrema accuratezza e le rese pubbliche tra il 1519 e il 1532, nell'arco di tredici anni. Esse costituiscono quattro profili di More osservato da angolazioni diverse, in rapporto a situazioni e problemi in cui l'inglese aveva lasciato il segno della sua straordinaria personalità. Evidentemente attraverso le quattro lettere - una sorta di “biografia” anticonvenzionale - Erasmo intendeva richiamare l'attenzione dei contemporanei, e forse ancora più dei posteri, sulla figura di Thomas More, l'uomo che ai suoi occhi rappresentava nel modo più elevato e accattivante l'ideale del laico cristiano dei tempi nuovi. E il giudizio che Erasmo dava di More era fondato su molte buone ragioni.
Uno dei ritratti di Thomas More, la Lettera 1233, inviata nel settembre del 1521 al leader degli umanisti francesi, Guillaume Budé, mette a fuoco un aspetto fondamentale, ancora oggi assai poco conosciuto, di quel “santo sposato”, e sposato due volte, che - Erasmo lo sottolinea con forza - “appartiene a pieno titolo all'ordine dei coniugati”. Ciò che riempie di ammirazione Erasmo è che More marito e padre abbia aperto la via, non con proclami altisonanti ma con la realizzazione gioiosa della sua “utopia domestica”, a un mutamento epocale: il riscatto e la promozione della donna. Le idee di More sull'educazione delle donne sono fortemente in anticipo sui tempi, ed Erasmo, che aveva reputazione di misogino, si converte ad esse. In quel campo - lo confessa apertamente - la netta superiorità dell'inglese rispetto a se stesso e a Budé va riconosciuta senza indugio alcuno. Quell'uomo così pienamente virile nutre una profonda simpatia nei confronti delle donne: una simpatia che non è solo comprensione e apertura al loro mondo, ma anche umiltà. Egli è, infatti, uno di quei rari uomini che nell'età moderna abbia avvertito come una perdita di umanità, e quindi un grave danno per tutti, che le donne - spose, madri, figlie - non abbiano il posto unico e insostituibile che a loro spetta nella famiglia, nella cultura, nella società. Per More è assolutamente necessario favorire l'accesso delle donne alla cultura superiore non solo umanistica, ma anche scientifica, artistica e teologica - perché esse possano, in progresso di tempo, assumere un nuovo ruolo anche nella vita della Chiesa. Erasmo, del resto, parla qui per esperienza diretta perché, quando era stato per mesi ospite nella casa di More, a Londra, era rimasto ammirato dell'atmosfera di gioia, della vivacità culturale, del gusto artistico e del fervore religioso di quella lieta brigata. Fu lì che passò le ore più belle della sua vita.
Nella Lettera 999, che è del 1519, More è raffigurato “tutto intero”, con l'indiscrezione di un reporter: nel suo aspetto fisico, nei suoi affetti, nei suoi interessi straordinariamente vari, nella sua attività forense e poi di governo, nella vita di pietà. Erasmo insiste sulla “intelligenza semplicemente geniale” dell'autore di Utopia, sul suo humor, sulla libertà di spirito con cui egli affrontava ogni situazione e si poneva in rapporto con qualsiasi autorità. Certamente More aveva una natura ardente, un temperamento molto impulsivo e lottò duramente con se stesso per trovare di volta in volta la forza necessaria per assumere le sfide con le quali era costretto a misurarsi, ma egli visse in modo originale, all' alba dell'età moderna, il paradosso del cristiano nel mondo: sempre serio e sempre allegro, appassionato in tutto ciò che intraprende e insieme profondamente distaccato perché in costante unione con Dio. Così, ad esempio, tre giorni dopo la nomina a Lord Cancelliere, il 28 ottobre 1529, ne dà l'annuncio a Erasmo e lo fa in questi termini: “Alcuni amici sono esultanti e si congratulano vivamente con me. Ma tu, che ha l'abitudine di pesare le vicende umane con sagacia e prudenza, forse mi compiangerai per la mia fortuna” (Ep. 2228). More, dunque, non si fa alcuna illusione su ciò che da un momento all'altro gli può accadere e non sa fino a che punto il re rispetterà, secondo quanto aveva solennemente promesso, la sua libertà di coscienza e il suo silenzio sulla questione della nullità del matrimonio con Caterina d'Aragona. Ci si può chiedere: perché allora accettare una carica che lo avrebbe posto prima o poi nell'alternativa di piegarsi o spezzarsi? La risposta è in questo passaggio dell’Utopia: “Non si deve abbandonare la nave in mezzo alle tempeste solo perché non si possono estinguere i venti. Si deve operare, invece, nel modo più adatto per cercare di rendere se non altro minore quel male che non si è in grado di volgere al bene”. More anni prima aveva pregato Enrico VIII di non accrescere oltre il giusto nello scritto contro Lutero l'autorità del Papa, perché anch'essa va esercitata nello spirito del Vangelo e nei limiti che il Vangelo le assegna; ma la sua coscienza cristiana lo obbligava a rifiutare nettamente insieme al clericalismo il cesaropapismo, ossia l' intrusione brutale del potere politico nella sfera della fede. La gerarchia della Chiesa d'Inghilterra, con l'eccezione di John Fisher, vescovo di Rochester, non ebbe su questioni tanto importanti la grandezza d'animo e la lucidità del laico Thomas More e capitolò. La resa dei vescovi fu sottoscritta il 15 maggio 1532 e il giorno seguente More presentò le dimissioni da cancelliere, peraltro da tempo annunciate al sovrano a motivo delle sue non buone condizioni di salute. More sarà Lord Cancelliere dal 25 ottobre 1529 al 16 maggio 1532. All'indomani delle dimissioni il partito protestante, che ormai era al servizio di Anne Boleyn, tentò di screditare l'ex Cancelliere, accusandolo di crudeltà verso gli eretici. More si difenderà brillantemente nel 1533 in uno dei suoi scritti più vivaci, l'Apologia. Ma già sul finire del 1532 Erasmo, che su quel punto si era informato con scrupolo, ne parla a un altro statista cattolico Johann Faber , vescovo di Vienna e strettissimo collaboratore di Ferdinando d'Asburgo, arciduca d'Austria e re di Ungheria e Boemia. La Lettera 2750 è una difesa appassionata dell'onore cristiano e della lungimiranza di More che, come Cancelliere, aveva l'obbligo istituzionale di contrapporsi ai fautori delle nuove dottrine, ma non permise mai durante il suo cancellierato che uno solo di essi fosse torturato e messo a morte. E Faber, l’instancabile interprete della missione di Vienna contro l'Islam e a difesa dell'unità religiosa con Roma, capì perfettamente quanto valesse anche per sé il rifiuto di Thomas More ad accendere roghi.
Thomas More è un universo ancora tutto da esplorare. Egli è eminentemente il santo della coscienza, il laico impegnato a fare la sua parte nel mondo come avvocato, diplomatico, uomo di governo. Se ci chiediamo qual è il segreto di una vita così multiforme e insieme ricondotta con estrema semplicità al suo fondamento, la risposta più appropriata e comprensiva è la sua vita interiore. Sin dall' adolescenza egli volle soddisfare il bisogno di pensare in profondità la fede per fare di essa la sorgente ispiratrice della sua vita e a quel risultato egli pervenne mediante la cultura patristica, la meditazione della Scrittura, la pietà sincera e l'ascesi rigorosa anche se mascherata da un umorismo giocoso e penetrante. L' ambiente che meglio favorì il formarsi di quel tipo di re1igiosità fu la Certosa di Londra, di cui More fu ospite durante gli studi universitari; ma contarono molto per lui anche la direzione spirituale di John Colet, il teologo di Oxford passato poi a Londra dove fondò la Saint Paul's School, e l'influenza di Erasmo, vero apostolo della spiritualità dei laici e del riconoscimento del loro posto in una rinnovata ecclesiologia. Noi abbiamo due testimoni di prima mano sulla religiosità intensa, nutrita di Bibbia, concreta e non superstiziosa di Thomas More: quella di Erasmo, che frequentò la casa di More dal 1499 al 1517, e quella di William Roper, il marito di Margaret, la figlia primogenita di Thomas, che visse sotto lo stesso tetto col suocero ben sedici anni, tra il 1521 e il 1534, l'anno in cui l'ex Cancelliere fu arrestato. Ebbene, nella sua insuperabile Vita di sir Thomas More Roper ci dice che il suocero fece costruire a Chelsea, a poca distanza dall' alloggio della famiglia, un edificio chiamato la “Casa Nuova”, in cui c'era una cappella, una biblioteca e un balcone-galleria. Lì More si rifugiava quando riusciva a ritagliarsi un po' di tempo nella giornata, ma “il venerdì vi si chiudeva per dedicarsi tutto il giorno alla preghiera e alla meditazione”. Fosse ministro del re o Lord Cancelliere, More fece sempre in modo da serbare quel giorno totalmente a Dio. Mi risulta che quattro secoli dopo un altro laico fece la stessa scelta. Il Mahatma Gandhi si riservava il lunedì per isolarsi e starsene tutto il giorno con Dio.
Tratto da Giornale di Brescia, 3.11.2000 e 4.11.2000.



"Cristo e i pellegrini sulla strada di Emmaus" Affresco staccato, cm 103x116, Firenze, Museo di San Marco, cappella del Giovanato detta del Savonarola. Ubicazione: Firenze, convento di San Marco, refettorio piccolo. La datazione dell’affresco è situata al 1506 -1507, in conseguenza dell’identificazione, suggerita dal Vasari e universalmente accettata, del giovane pellegrino dai capelli rossi con fra’ Niccolò Schömberg, che fu priore dal 1506 al 1507, con il nome italianizzato di fra’ Niccolò della Magna, prima di divenire arcivescovo e cardinale succedendo a Sante Pagnini amico di Fra’ Bartolomeo, forse effigiato nell’altro pellegrino.
Cardinale Marino caracciolo - Particolare della tomba del Duomo di Milano - opera di Agostino Busti detto il Bambaja