San Tommaso Moro

"Il giusto sarà ricordato per sempre” Salmo 112,6;

Il posto rilevante che la vita, l’opera e il martirio di Thomas More occuparono ed occupano tutt’oggi in Italia può essere visto sicuramente come il frutto di un interesse ed un’attrazione, a volte irresistibile, verso la figura del Cancelliere inglese che ha contribuito non solo a far conoscere, ma anche ad approfondire alcuni aspetti fondamentali della sua complessa esistenza.

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Don Divo Barsotti su Tommaso Moro

Divo Bersotti su Tommaso MoroQuanto è stato bello stamani ascoltare la relazione di Bice Rusconi su Tommaso Moro! Prescindendo dal valore che può avere la sua relazione, è la figura del Santo che si impone alla nostra meditazione; tanto più si impone in quanto in questi ultimi tempi, nella Comunità, abbiamo insistito molto sulla spiritualità monastica, su argomenti che sembravano così lontane da molti che nella Comunità vivono la vita di ogni donna di casa, la vita di persone impegnate nella professione o nel lavoro della famiglia. Sicché poteva sembrare che quanto dicevamo sempre più si facesse estraneo alla nostra esperienza, inopportuno del tutto per noi. Infatti, alcuni di voi mi hanno detto che vi sono delle figliole nella Comunità che pian piano, non che si vadano allontanando, ma si sentono un po’ più estranee alla Comunità medesima proprio per questo fatto: troppo si delinea il carattere monastico della comunità, troppo si insiste su quelli che sono gli elementi essenziali di una vita contemplativa che sembra del tutto aliena da ogni nostra aspirazione e vocazione. Tommaso Moro ci ha ricondotti a una vita monastica vissuta precisamente nel mondo. È l’esempio di santità che noi dovremmo meditare forse più di ogni altro, perché non è il santo che nel mondo collabora con la gerarchia nell’azione cattolica, è il santo che è santo vivendo la sua vita; non rende una testimonianza a Dio caricando la sua vita di un dovere che si aggiunge agli altri doveri, di sposo, di padre, di uomo politico, di magistrato; ma precisamente nell’obbedire alla sua vocazione di uomo nel mondo, egli vive anche una sua vocazione monastica di totale consacrazione di sé al Signore. Un giorno, un servo del re venne a chiamare Tommaso Moro mentre serviva la Messa. Intanto il servo si meravigliò nel vedere come un Cancelliere servisse all’altare come un semplice chierichetto, e quando Tommaso ebbe finito intendeva, se non rimproverarlo, almeno richiamarlo al suo dovere di Cancelliere che doveva essere sempre agli ordini di sua Maestà. – «E come sua Grazia – rispondeva Tommaso – può essere scontento che io serva prima di lui Colui che è suo e mio padrone?» È precisamente questo primato di Dio che egli afferma nell’istante stesso che muore: il primato di Dio nella sua vita che egli afferma anche lungo tutto il suo cammino, sia come magistrato sia come uomo politico, sempre. Il suo martirio non è una grazia a cui egli non si sia preparato attraverso tutto un esercizio della più fedele e umile attenzione e docilità al Signore. Dall’età di venti anni, quando egli è in forse se entrare fra i certosini o nella magistratura come voleva suo padre, fino alla morte egli rimane un monaco; anche se egli non entra nell’ordine di questi monaci contemplativi, ne vive la vita, la vocazione, il distacco dal mondo. Pure nella semplicità di un abbandono a Dio, nel godimento tranquillo dei beni che giorno per giorno il Signore gli concede, in questa vita in cui tutti i valori umani sono accettati nella precisa coscienza della loro relatività, nell’amore per i suoi figli, negli onori che si accumulano su di lui, egli rimane un monaco, un monaco che vive costantemente alla ricerca di Dio, il servizio del Signore e, soprattutto, il riconoscimento di Dio come valore supremo - mai dimentica quello che noi non dovremmo dimenticare mai, che Dio deve essere il primo servito, mai dimentica quello che anche noi ci siamo impegnati a riconoscere, umilmente, nelle professioni più varie, in tutte le condizioni possibili in cui un’anima può venire a trovarsi: che i valori soprannaturali devono avere il primato, che cioè i valori contemplativi devono avere il primato. Servizio di Dio, contemplazione, preghiera, umiltà, distacco, senso della relatività e vanità delle cose, pure godendone… tutto questo noi ritroviamo in Tommaso Moro in una forma, in una misura, in una bellezza che gli è propria, che fra tutti i santi veramente lo distingue. Tommaso Moro proprio per questo è un nostro santo, uno dei nostri santi più cari; è un santo in cui nulla ancora fa prevedere i santi della Controriforma, in verità un po’ troppo artificiali, santi in cui, insomma, l’ordine naturale e l’ordine soprannaturale non solo vivono in tensione, ma si manifestano quasi in opposizione tra loro. L’umanesimo di Tommaso Moro è l’umanesimo di San Luigi re di Francia, di Giovanna d’Arco… è l’umanesimo di questi santi che non sanno, che neppure pensano di essere santi, ma vivono la loro adesione a Dio, il possesso della grazia, in una continuità coi valori anche umani. Naturalmente, questa continuità è resa possibile da una trasfigurazione che la grazia compie di questi stessi valori. Quello che soprattutto noi dobbiamo vedere in Tommaso Moro è la possibilità di un umanesimo cristiano, il quale umanesimo cristiano impone certo una trasfigurazione dei valori naturali umani, ma questa trasfigurazione è tale che non importa un sacrificio, una rinunzia ad alcuno di essi - importa, sì, un passaggio attraverso la morte, ma la morte non è dolorosa, perché in tal modo il mondo della grazia si innesta nella natura, che si passa dalla natura alla grazia senza sforzo. Tommaso Moro sorride della sua prigione, egli ci vive come nella sua condizione migliore: ora veramente come umanista può avere riposo - è l’otium degli umanisti - ora finalmente nella prigione può avere quel raccoglimento e quel silenzio che non avrebbe mai sognato di avere fintanto che era a Chelsea o che doveva andare dal re; nella prigione, d’altra parte, può anche dormire! Una volta il carceriere lo trovò seduto al tavolino, con gli occhi chiusi… rimane interdetto, non osa avvicinarlo. Tommaso sorride: «che vuoi che io faccia? Carta da scrivere non ne ho, non mi resta che dormire». Ma non dormiva: pregava. Il passaggio alla vita soprannaturale per lui non è una morte, ma un superamento. Egli passa dai valori creati a quelli soprannaturali per un movimento di una tale semplicità che non sembra neanche possibile. Io non dico che voi potete imitare facilmente Tommaso Moro: è molto più difficile imitare Tommaso Moro di molti altri santi cristiani; vi dico soltanto che è un bell’esemplare, un magnifico testimone, uno dei più grandi - ben pochi hanno potuto parlare di lui senza ammirazione e amore. Era possibile che la Chiesa potesse continuare nella scia di Tommaso Moro? Questa è una domanda delle più gravi che noi possiamo fare a proposito della storia della Chiesa di questi ultimi secoli, perché effettivamente da questa risposta noi possiamo vedere la possibilità per la Chiesa di una vita totalmente diversa da quella che è la sua vita oggi – oggi la Chiesa, in fondo, può tendere alla conquista del mondo, può avere delle pretese di dominio sugli uomini, può avere delle pretese di dominio anche sulla cultura, ma praticamente noi sentiamo che tra la Chiesa e il mondo vi è una frattura. Se noi pensiamo che la Chiesa potesse continuare il cammino di Tommaso Moro, ci rendiamo conto che allora questa frattura non si sarebbe operata e che la Chiesa, oggi nel mondo moderno, sarebbe quello che era nel Medioevo. Oggi ci troviamo un po’ all’opposizione, non soltanto col mondo del peccato, ma col mondo semplicemente: la cultura non è affatto cristiana, il potere non è affatto cristiano, anche se esercitato da cristiani, perché va contro la Chiesa - anche il potere esercitato dalla D.C. probabilmente va contro la Chiesa o, se non contro la Chiesa, contro il Cristianesimo. Se la Chiesa avesse seguito il solco di Tommaso, questa frattura non si sarebbe operata. Ma noi ci domandiamo, era possibile questo? L’esserci stato un solo San Tommaso Moro dimostra che effettivamente è molto difficile pensare a una continuazione di quell’equilibrio, di quella trasfigurazione dei valori umani che nella sua spiritualità si era compiuta. Tuttavia, anche se Tommaso Moro rimane al limite, non si può negare che è una bella, una magnifica realizzazione cristiana. Più che in tutti gli altri santi noi troviamo in lui il perfetto uomo della civiltà antica che raggiunge la santità, che realizza nello stesso tempo la perfezione dell’uomo di quaggiù e la perfezione dell’uomo di lassù. Il mondo presente e il mondo futuro hanno in Tommaso Moro il loro eroe. È un esempio - anche se ci sono stati degli abbozzi: San Luigi IX re di Francia, Santa Giovanna d’Arco - soltanto con Tommaso Moro si è giunti alla perfezione di questo tipo. Nel Cristianesimo orientale c’è un Clemente Alessandrino che ha cercato una composizione, ma subito dopo di lui si è sentito di doversi invece opporre a quel mondo. Qua non si tratta di opposizione: come mai? E perché, d’altra parte, Tommaso Moro rimane un unicum nella storia della santità cristiana? Perché fra tutti i santi cristiani è colui nel quale, si direbbe, il peccato originale ha potuto meno che in tutti - sembra che non l’abbia toccato: egli può godere di tutte le cose, può partecipare a tutta la vita, accettare ogni cosa e rimanere fedele anzitutto a Dio, e rimanere un’anima che attende veramente e unicamente al Signore. Tuttavia, se Tommaso Moro è esistito, noi possiamo pensare che sia possibile alla Chiesa anche continuare il suo cammino. E se questo cammino non è stato continuato, lo si deve alla riforma protestante. Era inevitabile la riforma protestante? Lo sa soltanto Dio; ma immaginiamoci un pochino che cosa sarebbe stato della Chiesa cattolica se non ci fosse stata la riforma protestante. Due sarebbero state le soluzioni e una di queste la dobbiamo scartare: la Chiesa cattolica non sarebbe esistita più - e questo non poteva avvenire perché è indefettibile la Chiesa - e allora, se non ci fosse stata la riforma protestante, bisognava pure che la Chiesa cattolica avesse seguito il solco di Tommaso Moro. In che modo? In una larghezza, in uno spirito irenico, in uno spirito di adesione anche ai valori terrestri, pur riconoscendo che questi valori in tanto valgono in quanto sono mezzi alla vita soprannaturale. La Chiesa invece è rimasta; non soltanto rimasta, ma ha continuato a vivere, ha affermato di più la sua forza, non continuando il cammino di Tommaso Moro, ma piuttosto opponendosi a un certo umanesimo. È vero che la Compagnia di Gesù, nella sua spiritualità, rimane fedele a certi principi dell’umanesimo cristiano: basti pensare al suo insistere sulla libertà dell’uomo, basti pensare a un certo disegno che c’è sempre stato nella Compagnia per la teologia scolastica e a un più grande amore verso la teologia positiva, di erudizione; basti pensare al culto che ha avuto verso le lettere. La Compagnia di Gesù, insomma, ha continuato un certo umanesimo; tuttavia noi sentiamo che non è l’umanesimo di Tommaso Moro. Principale impegno della Compagnia di Gesù è quello della salvezza delle strutture della Chiesa; è per salvare la Chiesa come società visibile fra gli uomini che essa impiega tutta la sua potenza, usando di tutti i mezzi che il mondo le offre. San Tommaso Moro non ha queste fisime: non è per la Chiesa che egli vive, egli vive nella Chiesa e muore per non separarsi da lei. Ma non per difendere la Chiesa egli vive; egli vive soltanto per essere come dev’essere in quanto egli è cristiano: deve essere un figlio di Dio. Non dà altra finalità alla sua vita che quella di rispondere alla sua vocazione cristiana, che quella di essere un uomo divinizzato, un uomo che Dio ha chiamato a partecipare alla sua vita. Tutto questo è grande, perché vuol dire che prima di essere cattolico è cristiano Tommaso Moro; mentre molto spesso, dopo il Concilio di Trento, siamo cristiani perché siamo cattolici, in quanto aderiamo alla Chiesa. Tutto questo dà un senso di ristrettezza, di angustia… intendiamoci, sono grandi i santi della Controriforma, grandissimi! Più grandi magari di San Tommaso Moro: non si vuol qui valutare la grandezza dei santi. Si dice un certo tipo di santità che può disturbare, dare al mondo un senso di angustia, onde questa santità è testimonianza che il mondo riceve con maggiori riserve. Nella santità, dopo il Concilio di Trento, si ha più l’impressione che gli uomini siano a servizio non tanto di Dio, quanto di un partito, di un partito religioso anziché politico, ma anche partito politico oltre che religioso. In San Tommaso Moro nulla di tutto questo; egli non dà l’impressione di angustia che possono dare tutti i santi dopo il Concilio di Trento, come giustamente notava il Maritain qualche anno fa. Effettivamente, pochi sono i santi in cui vi sia questa larghezza, per i quali essere cristiani voglia dire precisamente non essere al servizio di alcuno, ma di Dio. Certo, per essere al servizio di Dio bisogna morire per la Chiesa - e Tommaso è morto per la Chiesa. Egli è prima di tutto cristiano: è in forza di questa sua pura adesione a Dio che egli muore, muore non per non volere riconoscere Enrico VIII come capo supremo della Chiesa inglese, ma prima di tutto perché non può andare contro la propria coscienza; vuole essere uomo perfetto, vuole essere l’uomo che aderisce al Signore. Che questo voglia dire per lui non accettare Enrico VIII come Capo supremo della Chiesa è una conseguenza. Prima di tutto c’è questa larghezza, insomma, tanto c’è questa larghezza che i protestanti possono esaltarlo, mentre non si sognerebbero mai di esaltare i santi della Controriforma inglese. In fondo ha un po’ di ragione, in questo, Benedetto Croce, che cioè la Compagnia di Gesù ha dato la più grande affermazione che si è avuta nella Chiesa Cattolica dopo il Concilio di Trento, però ha diminuito l’ideale di santità, almeno come testimonianza a coloro che sono estranei alla Chiesa, ha diminuito la larghezza della testimonianza della santità che era propria invece del Cristianesimo avanti della Controriforma. Avanti, l’uomo vuole essere uomo, vuole essere cristiano, vuole essere colui che obbedisce al Signore; sa questo il cristiano, che non può obbedire a Dio che mantenendosi nella Chiesa, perché la Chiesa e Cristo sono uno - diceva santa Giovanna d’Arco - ma santa Giovanna d’Arco può essere veramente condannata dai vescovi tutti dell’Inghilterra ed essere bruciata come sacrilega ed eretica. E Tommaso Moro, un po’ come santa Giovanna - sebbene non condannato dai preti - non può [non] esser riconosciuto santo anche dagli altri. Immediatamente questi santi non sono a difesa di una istituzione, sono a difesa di un valore molto più alto e più universale. L’istituzione dev’essere a salvezza di questo valore più alto e universale che è la coscienza del cristiano, che è il supremo diritto di Dio all’obbedienza dell’uomo. Per essere sempre più chiari: non voglio diminuire davvero la grandezza dei santi della Controriforma, state attenti bene a quello che dico! Ma, in loro, immediatamente, siamo colpiti da una volontà degli uomini di difendere una istituzione: è attraverso la difesa di una istituzione che l’uomo rimane fedele a Dio, che l’uomo cerca di rispondere ad una sua vocazione religiosa, cristiana. Qua, invece, non è immediatamente attraverso la difesa di una istituzione, è nella fedeltà assoluta al dettame della propria coscienza interiore, al valore religioso come il valore supremo, che l’anima rimane anche fedele alla Chiesa. Questo fa sì che Tommaso Moro sia riconosciuto santo e grande figura di santità anche dai protestanti di oggi. Naturalmente Churchill, che dice che la santità della Chiesa inglese muore con Fisher e Tommaso Moro, non ne trae certo la conclusione che allora si deve entrare nella Chiesa cattolica, perché loro sono morti per la Chiesa Cattolica; pensa anzi il contrario. E di fatto tutti i protestanti hanno accettato malvolentieri che fosse canonizzato Tommaso, come i protestanti della Svizzera hanno accettato malvolentieri che fosse canonizzato Nicola de Flue dalla Chiesa cattolica, e come i pensatori e gli scrittori francesi non hanno accettato volentieri che fosse canonizzata Giovanna d’Arco. Essi infatti vedono in questi santi una santità che trabocca oltre i limiti angusti di una semplice confessione religiosa quale è quella della Chiesa Cattolica vista da loro come una setta religiosa fra tante altre sette. Perché è vista così? Perché dopo il Concilio di Trento siamo un po’ abituati, ecco, a difendere prima la Chiesa e poi Cristo, poi Dio - non Dio e, in conseguenza, la Chiesa perché Dio si manifesta nella Chiesa, perché «Cristo e la Chiesa sono uno» ma prima la Chiesa. Se, parlando alla Comunità, io ho insistito sempre che noi non dovevamo fare dell’apostolato diretto, in fondo tante volte l’ho detto proprio a ragion veduta, proprio per questo: perché prima di tutto dobbiamo essere cristiani e soltanto in quanto cristiani essere cattolici. A me non interessa che voi siate dei buoni servitori di una propaganda elettorale o anche dei buoni strumenti della Chiesa-istituzione: lavorare… intendiamoci, non vado contro questo - ma non voglio che questo sia primario. Prima di tutto si impone l’essere figli di Dio. Mantenerci fedeli ai valori supremi: prima di tutto essere cristiani, che vuol dire avere fede, amare il Signore; in conseguenza, perché Dio si rivela nel Cristo, noi dobbiamo essere fedeli a Cristo e, perché poi Cristo a noi si fa vedere soltanto nella Chiesa, questa nostra fedeltà a Dio praticamente non si risolve che nella fedeltà alla Chiesa. Ma questo verrà. Ora, vedete, molto spesso siamo portati a giudicare della cattolicità di uno dal fatto se è vicino ai preti o non lo è. Quanto spesso coloro che sono anche nell’Azione Cattolica sono dei cattivi soggetti! Quanto spesso anche coloro che servono alla Chiesa sono dei testimoni che bestemmiano di Dio! «Per voi il mio Nome è bestemmiato fra le genti» - ha detto Dio nell’Antico Testamento, e potrebbe ripeterlo oggi il Signore, per tanti che nella Chiesa vivono, che sembrano strumenti della sua azione, i più vicini, quelli che più la servono e, praticamente, invece la tradiscono. Prima di tutto dobbiamo essere santi. Soltanto in conseguenza della nostra santità, il nostro servizio è servizio della Chiesa veramente, perché è prima di tutto servizio di Dio. Non sarà mai a servizio della Chiesa quell’opera, quella vita che non è a servizio di Dio. «Prima di tutto Dio deve essere servito» dice prima di morire Tommaso Moro. Anche noi dobbiamo dirlo, non soltanto nei confronti di un re, ma anche nei confronti di una istituzione. Prima di tutto Dio, e in conseguenza la Chiesa. Credo che questa testimonianza sarebbe la più valida, la più efficace per il santo di oggi: ridarebbe davvero alla Chiesa quel senso di cattolicità veramente universale che alcune volte, per gli altri, essa ha perduto. Per gli altri, non per noi; per gli altri che vivono fuori della Chiesa, quante volte essa si presenta come una setta religiosa fra tante altre sette, come un partito politico fra altri partiti! Tremendo quello che oggi si sente da noi comunemente, anche dai preti certe volte, cioè che i cristiani sono i democristiani e che quelli che non sono democristiani non sono nemmeno cristiani. Si identifica la nostra professione cristiana a un partito. Tommaso Moro può appartenere a tutti, ma appartiene prima di tutto a Dio. Non è cristiano in quanto appartiene a un partito - perché non vuole nemmeno che i preti gli diano consigli, non accetta il consiglio di quel benedettino. Prima di tutto la sua coscienza; è nella fedeltà alla sua coscienza che egli rimane veramente cattolico, contro tutti i vescovi dell’Inghilterra, contro tutti i monaci, tranne pochi Certosini e un vescovo solo col quale egli ha corrispondenza - ma nel carcere, dopo che egli già si è compromesso per sempre - e non ha corrispondenza dal carcere per chiedere consigli. Mi ricordo di averle lette quelle lettere che si scambiano fra loro due: da parte di Tommaso Moro non c’è alcuna richiesta di consigli. Può dare, questo, un’impressione di orgoglio da parte di Tommaso? No, è un senso invece di umiltà e di riserbo di fronte a un’altra coscienza - non vuole che un altro si carichi della responsabilità della sua morte; vuole essere solo a portare il peso di questa responsabilità di fronte ai suoi familiari. D’altra parte è così chiaro in lui il dettame della coscienza che egli non ha bisogno di ricevere consigli. E questo è grande. Vi dicevo dianzi quale sarebbe stato il cammino della Chiesa se avesse continuato il cammino di Tommaso Moro: magnifico! La rivelazione della cattolicità della Chiesa sarebbe stata una cosa veramente grande nel mondo. Veramente essere cattolico avrebbe voluto dire essere uomo perfetto, tuttavia è qualcosa che fa pensare, qualcosa di un po’ equivoco: natura e soprannatura è possibile che siano così in perfetta continuità? - dicevo prima. Credo che dovesse avvenire così come è avvenuto. Un ideale di così perfetta continuità, di coerenza così perfetta è soltanto di spiriti grandi e rarissimi. Era necessario alla Chiesa salvarsi, forse, come si è salvata. Di fatto, l’unico grande umanista che sia stato canonizzato è Tommaso Moro; Erasmo ci è andato vicino ma non è canonizzato. Tuttavia, diceva bene il Bouyer che queste due figure, Erasmo da una parte, ma soprattutto Tommaso dall’altra, ci danno una grande invidia, soprattutto ci danno un senso di nostalgia, una pena, perché noi vediamo attraverso di loro quello che potrebbe essere stata la Chiesa, e non è. Quanti valori conserva il protestantesimo! E noi dobbiamo riconoscere che il protestantesimo è fuori della Chiesa. Quanti valori ha l’umanesimo classico, quanti valori ha la cultura profana! E noi dobbiamo riconoscere che la cultura profana oggi è tutta al di fuori della Chiesa, anche se non è opposta alla Chiesa. La Chiesa che cosa conserva? Conserva tutto, perché conserva Dio! Ma certo, per coloro che vedono dal di fuori, la Chiesa sembra ridursi sempre più al “resto di Israele” di cui parlavano gli antichi profeti; e forse è questo anche il destino di una società religiosa: che proprio si riduca ad essere il testimone di Dio nell’abbandono di tutti, in un suo isolamento sempre più grande. Non possiamo però dire che tutto questo non dia a noi grande pena; e tanto più la pena è forte quanto più vediamo delle figure come Giovanna d’Arco (che meraviglia di bellezza, di purezza, di semplicità!) e come Tommaso Moro: amico, commensale dei più grandi ed eletti spiriti dell’Europa di allora, giocondo, ironico, intelligente, vivo, uomo che può avere tutti ai suoi piedi, compreso il re, perché con la sua intelligenza avrebbe potuto benissimo manovrarlo, se prima di tutto non avesse voluto essere fedele servo di Dio. E per essere fedele servo di Dio, giocondamente a tutto egli rinunzia e va incontro alla morte, in pura letizia, in pura semplicità, senza darsi importanza, perché non ha importanza Tommaso Moro di fronte al Signore. Concludendo: abbiamo in Tommaso Moro un vero esempio di vita monastica vissuto nel mondo come pura testimonianza di vita cristiana, di primato dei valori religiosi; egli vive il primato di Dio, nel vero senso, vivendo tutta la vita, ma Dio al di sopra di tutto. E questo lo vive veramente fino dalla giovinezza: la preghiera che egli fa tutti i giorni con i suoi, la semplicità con cui può accettare e rinunziare a ogni cosa - quello che è il suo bene è Dio stesso, e Dio egli lo possiede nella fedeltà alla Chiesa, lo possiede nella partecipazione ai Sacramenti - la Messa a cui assiste, la Comunione che fa spesso, ogniqualvolta deve intraprendere qualcosa - nell’ordinare a Lui tutto quanto egli fa, perché è fuori di dubbio che tutti i valori umani in lui tendono ai valori supremi dell’umanità, all’intelligenza e alla virtù, le quali poi non sono altro che valori subordinati alla contemplazione divina, alla preghiera, al servizio di Dio. Rimane, in fondo, proprio per questo, un’anima contemplativa Tommaso. Questo può consolare quelle fra voi che sono oberate dal lavoro, e anche le madri di famiglia, che trovano in Tommaso Moro un esempio anche più calzante di una vita monastica vissuta nel secolo fra le preoccupazioni familiari, fra le responsabilità più grandi… in fondo, tutto è nulla – dice Tommaso; e sorride tranquillamente


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