San Tommaso Moro

"Il giusto sarà ricordato per sempre” Salmo 112,6;

Il posto rilevante che la vita, l’opera e il martirio di Thomas More occuparono ed occupano tutt’oggi in Italia può essere visto sicuramente come il frutto di un interesse ed un’attrazione, a volte irresistibile, verso la figura del Cancelliere inglese che ha contribuito non solo a far conoscere, ma anche ad approfondire alcuni aspetti fondamentali della sua complessa esistenza.

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Chi era Alberto Castelli?

Monsignor Alberto CastelliMonsignor Alberto Castelli, (1907-1971), è stato uno dei padri fondatori dell'anglistica italiana, interlocutore dei maestri del suo tempo (Mario Praz lo cita in vari saggi, lo invita a collaborare al Teatro di Shakespeare della Sansoni, e ne segnala i lavori con affettuosa stima: «Il nostro Castelli...»), e maestro a sua volta di accademici di vaglia e di rigore (come Sergio Rossi); ma anche di poeti, traduttori e scrittori votati alle muse d'oltremanica, se pure più riottosi - per scelta loro, e per piccineria dell'università nostrana - ai giochi e al giogo accademico. Come Roberto Sanesi, il traduttore 'autorizzato' della poesia di TS Eliot, o Giorgio Manganelli, che a Castelli deve la scoperta del teatro di W.B. Yeats, e i suoi primi lavori di traduzione e collaborazione editoriale. Nel suo ventennio di docenza in Università Cattolica (1934-1953), la produzione scientifico-letteraria di Alberto Castelli è assai fitta, comprendendo monografie su autori maggiori dal Tre al Seicento; ma anche diverse traduzioni (alcune tuttora in stampa) e lavori su scrittori moderni e contemporanei, come l'amatissimo Chesterton, di cui nel '38 tradusse l'Autobiografia, Thomas Hardy poeta, Aldous Huxley, George Bernard Shaw. La «Gerusalemme liberata» nell'Inghilterra di Spenser certamente una ricerca pionieristica, se si considera che apparve nel '36, l'anno in cui, col celebre The Allegory of Love, C.S. Lewis rilanciava il poeta della Fairie Queene anche fra gli studiosi inglesi (e dello stesso C.S. Lewis, Castelli nel '47 avrebbe tradotto The Screwtape Letters, serio e spassoso carteggio fra due diavoli, nella versione italiana felicemente ribattezzati Berlicche e Malacoda). Milton. Liriche e drammi (1941) è un volume di studi e traduzioni delle opere 'minori', le poesie giovanili e i drammi (Comus restituito in versi liberi, Samson Agonistes in prosa); e Geoffrey Chaucer (1946) «un intelligente ed amoroso avviamento» ai Canterbury Tales. Quanto a Thomas More, la prima fatica di Castelli è la traduzione della biografia di Christopher Hollis, Sir Thomas More (1934), uscita qualche mese prima che Pio XI, il 19 maggio 1935, dichiarasse More santo: nell'edizione italiana il libro s'intitola: Un cancelliere umanista sugli altari (1937), chissà se su suggerimento del giovane traduttore o per decisione dell'editore, il comasco Cavalieri. E nel '38 Castelli edita la più antica testimonianza italiana del martirio del More, un poemetto in ottave di tal Zenobio Ceffino, composto nel 1543, versi d'interesse artistico nullo o quasi («Il Ceffino poeta non è. Scarse e di poco valore sono le sue immagini, triti gli aggettivi»), ma d'indubbia importanza storica . Gli studi moreani di Castelli raggiungono quindi una prima, provvisoria sistemazione in due dispense universitarie del '46, Sugli scritti di San Tommaso Moro e San Tommaso Moro e l'umanesimo inglese, che ripercorrono tutta la parabola letteraria e umana del More, prendendo le mosse da un giudizio quanto mai equilibrato sulla sua collocazione nella tradizione della letteratura inglese. Del '49, infine, è il volume Note sull'umanesimo in Inghilterra, che rifonde molto del materiale trattato negli «appunti delle lezioni» in saggi dedicati in gran parte al rapporto fra More ed Erasmo. Solo con l'elevazione all'episcopato, appunto nel '53, l'abbandono dell’insegnamento e le crescenti responsabilità della vita pastorale dal 1954 al '66 sarà segretario della CEI; dal '66 al '70 vicepresi-dente del «Consilium de Laicis-Justitia et Pax»), le pubblicazioni erudite di monsignor Castelli inevitabilmente si diradano. Così nel '63, presso le Edizioni Paoline, esce il suo saggio più impegnativo, La religione nei drammi di Shakespeare, volto ad indagare, non certo - ingenuamente - la fede personale del poeta, ma «l'interesse per la religione come elemento positivo nella costruzione dei drammi, nella precisazione delle scene, nella delineazione del carattere dei personaggi, nell'approfondimento delle loro passioni, nel colorito del loro linguaggio» . Benché Thomas More vi sia citato una volta soltanto (per una fonte dell'Enrico VI), il libro si guadagna un'ampia recensione sul secondo numero di «Moreana», la rivista dell'associazione «Amici Thomae Mori», allora appena fondata (ed è tuttora assai vitale) dall'abate Germain Marc'hadour dell'Università Cattolica di Angers: il quale, evidentemente già da tempo in corrispondenza con Castelli, salutava in don Alberto «notre premier amicus italien». Negli anni 60, sarà forse orecchiando quel grande successo teatrale (qualche anno dopo anche cinematografico), di Robert Bolt, A Man for All Seasons che in RAI si pensò d'affidare proprio a Castelli «la commissione di un testo in forma di sceneggiatura del documentario televisivo sperimentale Vita di Tommaso Moro (titolo provvisorio)». Non mi risulta che il programma sia mai stato realizzato, ma la sceneggiatura resta tra le sue carte, un dattiloscritto di una ventina di pagine in cui s'alternano la voce di un Commentatore e quella di Thomas More, mentre in televisione sarebbero sfilate immagini varie, vedute di Londra e d'altre città europee, ritratti, dipinti, frontespizi, incisioni d'epoca e anche una scena del dramma di Bolt. Analogo spirito intelligentemente divulgativo, ma con un altro impegno critico e un più sicuro gusto della composizione, anima l'agile scelta dall'epistolario moreano, Venti lettere (generalmente brevi e talvolta non complete), pubblicato nel '66 presso l'Editrice Studium di Roma. Pur nella sua esiguità - «un piccolo frammento, una piccolissima scheggia», lo descrive Castelli - il libricino, adatto alla meditazione come allo studio, offre «non poche delle alte qualità di san Tommaso Moro…». È qui, senza dubbio, il germe dell'edizione di ben più ampio respiro che ora, a più di trentacinque anni dalla sua morte, vede finalmente la luce. È molto probabile che, selezionando lettere o brani notevoli per l'edizioncina del '66 - in cui a sua volta erano confluite traduzioni già fatte o per lo meno abbozzate nelle lezioni e pubblicazioni universitarie degli anni quaranta -, Castelli avesse largheggiato, ora raccontando e commentando, ora traducendo una pagina o una lettera in più: così che, licenziate le Venti lettere, diverso altro materiale sarà stato già pronto o quasi, solo in attesa dell'occasione editoriale. La quale non tarda a presentarsi, quanto mai prestigiosa, quando Luigi Firpo (1915-1989), che dirigeva i «Classici della Politica» della UTET, gli propone di contribuire, appunto con una scelta di lettere annotate, al volume dedicato a Thomas More, cui lo stesso Firpo avrebbe prestato la cura generale, una nuova edizione dell'Utopia e la versione integrale degli Epigrammi, e Vittorio Gabrieli la sua Storia di Riccardo III e una prima traduzione delle Quattro cose ultime. La lettera di incarico contrattuale, del 31 luglio 1969, fissava la data di consegna a un anno circa dalla firma degli accordi - un lasso di tempo assai esiguo se si fosse trattato d'imbastire il lavoro ex novo, e non invece di riordinare, integrare e dar tocco di compiutezza a un'impresa lungamente meditata, cresciuta in decenni di studio e di scrittura. Cosa tanto più vera se si considera che, in quegli stessi mesi, Castelli stava ultimando anche un'edizione commentata del Dialogo del conforto nelle tribolazioni: l'ultima opera compiuta di Thomas More (e da sempre prediletta da don Alberto, che l'anteponeva anche al più famoso «dialogo» dell' Utopia), scritta nella solitudine della prigionia nella Torre di Londra, personalissima consolatio philosophiae, drammatica e lieta ad un tempo, trascorsa da quello spirito - nel senso della grazia e fortezza interiore, e di vero e proprio humour, spiazzante e liberatorio, e non di rado noir- che accompagnò san Tommaso fin sul patibolo. Vien da domandarsi se, nell'accettare l'impegno con la UTET, monsignor Castelli - che aveva passato solo da poco i sessanta, ma già da anni e si può dir da sempre soffriva di cuore - avesse fatto i conti con le proprie assai precarie condizioni di salute. Probabilmente sì, con precisione millimetrica. E uno se l'immagina, nella stretta finale del Dialogo del conforto, convalescente dopo l'infarto sofferto il 1 aprile del '70, leggere con gratitudine la lettera da Angers del 16 maggio, in cui Germain Marc'hadour, certo all'oscuro della malattia dell'amico e collega, lascia cadere: Dato che vi siete occupato dell' Assassinio di Eliot, v'andrebbe di scrivere un parallelo tra i due Tommasi? Magari per riflettere sul Tres Thomae dello Stapleton alla luce del Centenario, per il nostro numero di novembre? Il Dialogo del conforto nelle tribolazioni (Studium) è «finito di stampare nel novembre del 1970», e Luigi Firpo, come ne riceve una copia, scrive a Roma a monsignor Castelli, in data 23 dicembre, felicitandosi per l'alta qualità del libro: sin dalla prima scorsa ho potuto apprezzare la scioltezza della versione non meno che il sodo apparato di annotazioni. Finalmente Moro comincia ad essere noto in Italia al di là delle brevi pagine dell' Utopia. Nella stessa lettera, Firpo annuncia di aver ricambiato il dono con la «strenna UTET» di quell'anno, «che reca per l'appunto una nuova traduzione commentata delle varie lettere proemiali e del libro I; per il II, a causa dei limiti di spazio, ho dovuto giovarmi della versione del Lando»; e continua: «Attendo ora con molta impazienza la Sua versione dell'epistolario, perché l'editore vorrebbe dare in luce il nostro volume collettivo il più presto possibile». Don Alberto non avrebbe visto questa lettera, né sfogliato il prezioso volume curato da Firpo, finché non fosse tornato a Roma verso l'inizio di febbraio, dopo aver trascorso, come quasi ogni anno, le feste natalizie nella casa di famiglia a Siziano, vicino a Pavia: quell'anno più lunghe del solito, perché sollevato per malattia dai suoi incarichi presso la Sede Apostolica. Ma l'epistolario moreano era in cima ai suoi pensieri (almeno a quelli rivolti a questo mondo), e certo non serviva che altri glielo ricordassero. La lettera a Germain Marc'hadour del 13 gennaio rende assai bene le serene preoccupazioni di quel suo ultimo inverno: Le sono assai grato per la sua lettera, troppo buona, che Ella mi ha mandato per il Dialogo del conforto. L'edizione non è brutta, nonostante i molti errori di stampa che vi troverà, e nonostante che la traduzione sia ben lontana dal darmi soddisfazione. Anche nelle note vi sono molte cose che si sarebbero potute tralasciare, ma penso che più si dice, in Italia, su Tommaso Moro e meglio è. [...] I molti mesi di malattia dello scorso anno non mi hanno fatto fare il mio dovere neppure nei riguardi di «Moreana» [non aveva pagato l'abbonamento!]. Ma lo farò appena tornerò a Roma. Ora mi trovo nel mio paese nativo, dove mi fermerò, sempre chiuso in casa, perché anche qui c'è una bellissima neve, fino alla fine del mese. A Roma è più facile mandare soldi all'estero. [...] Quando avrò più tempo, penso anche di scriverLe intorno ad alcune pagine dell'ultimo numero, non per la pubblicazione, ma alcune cose che mi sono venute in mente. Ma per adesso è il manoscritto delle Lettere che mi urge maggiormente. [...] Io avrei dovuto consegnare il manoscritto per la fine di luglio, ma l'infarto e l'edema polmonare di fine agosto poi, me lo hanno impedito. Gli editori sono stati quanto mai comprensivi. Ora, nel tempo che posso dare allo studio, tre o quattro ore al giorno, che la mia convalescenza mi consente, non faccio altro che dattilografare decentemente le note, tutte pronte. Fra un mese, lo spero, tutto sarà inviato a Torino. Quest'augurio si dimostrò solo di poco troppo ottimista. Quando la morte lo colse, a Roma, la notte del 7 marzo (dies natalis d'un altro san Tommaso, d'Aquino), il dattiloscritto delle Lettere era quasi pronto sul suo scrittoio, in duplice copia, l'originale e una copia a carta carbone, lacunoso in diversi luoghi, vuoi d'un riferimento bibliografico, o d'una frase non tradotta, o d'una citazione non verificata, ma nel complesso un lavoro senza dubbio portato a termine. La versione è in una lingua piuttosto alta, che «spesso segue le volute simmetrie del latino, ma mai pomposa o arrancante; il commento generoso, dettagliato, e come zigzagante su e giù per la vita e le opere di Thomas More secondo l’occasione offerta da ogni lettera, interessato non tanto a una ricostruzione cronologica ordinata, e all'esposizione sistematica, quanto ai tempi ora larghi ora fulminati del ricordo o dell'anticipazione: come se fino all'ultimo don Alberto volesse intrattenersi in compagnia del 'suo' More il più a lungo e intensamente possibile. Perché poi il volume UTET non sia mai stato chiuso e dato alle stampe, resta un piccolo mistero; ma non è certo raro il caso che un libro sembri d'imminente conclusione e invece slitti in avanti e finisca per non esistere (meno frequente, ma per fortuna non inaudito, il caso opposto, d'un libro che si direbbe interminabile e improvvisamente appare bell'e fatto). Forse, del lavoro dei tre collaboratori, quello di don Alberto, che sembrava il più incerto, era in realtà allo stadio più avanzato. O i programmi e le priorità della casa editrice erano nel frattempo cambiati. Il dattiloscritto originale fu spedito dai fratelli Castelli alla UTET poche settimane dopo il lutto, e prima dell'estate venne letto e approvato da Luigi Firpo, che numerò le lettere e ne compilò un indice. Per diversi anni sembrò che il libro dovesse esser messo in lavorazione da un giorno all'altro: ma in termini sempre più vaghi.


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