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Ritratto di famiglia

Famiglia

Egli potrebbe essere chiamato il santo patrono della vita famigliare. Di essa noi possediamo numerose e vivide descrizioni, e da essa egli attinse molta felicità. Felicità non diversa da quella che godono uomini e donne comuni: questo fatto aumenta gli orrori e la grandezza della sua fine. Egli andò incontro a quella fine dopo una vita come quella di ciascuno di noi.

C. HOLLIS, Un Cancelliere umanista sugli altari, Cavalleri, Como 1937

Non ci sono dubbi che le virtù e l’eroicità di Tommaso Moro siano passate nella storia come la conseguenza fondamentale di quella scelta, contraria alla sua coscienza cristiana, a cui veniva sottoposto dal potere regale impazzito che non gli consentiva di esprimere liberamente la propria fede. Poco spazio si è dato nella riflessione critica sulle virtù di More alla relazione tra l’affermazione del primato di Dio e la rinuncia che dovette fare dei suoi affetti personali.

Contrariamente a quanto molti possono pensare, il combattimento più arduo da sostenere non fu quello con l’ombra del suo sovrano, ma con l’immagine dei suoi cari. La scelta di Moro non fu una scelta eroica, ma dolorosa. Egli non aveva ne la stoffa dell’eroe, ne quella del martire. L’ultimo impegno che si assunse fu il più grave perché portava in sé il carico di una responsabilità di sentimenti e affetti che aveva maturato in più di cinquant’anni di vita. Egli stesso non esita a descrivere la piena maturazione di questa scelta nei termini di una battaglia che è stata vinta.

Racconta il genero che: ‹‹quando dovette partire, perché convocato per il giuramento davanti ai Lords a Lambeth, contrariamente al suo solito non si fece accompagnare da sua moglie e dai suoi figli, ove li baciava tutti e dava loro l’addio, quella volta non volle farsi seguire oltre il portone da nessuno di loro, ma chiuse la porticina dietro di sé per non vederli, e col cuore pesante, come si vedeva dal suo viso, prese il battello per Lambeth insieme con me e i nostri quattro servi. Per un po’ di tempo stette quivi seduto taciturno e triste; poi ad un tratto mi bisbigliò all’orecchio: “Figlio mio, grazie al Signore la battaglia è stata vinta”. Che cosa intendesse dire con queste parole non capii in quel momento ma per non sembrare ignorante gli risposi: “Signore, me ne rallegro molto”. Ma, più tardi, ne compresi il significato: il suo amore per Dio aveva operato tanto efficacemente in lui da vincere completamente tutti i suoi affetti terreni››1.

Egli non nutriva illusioni sulla risoluzione di quella vicenda. Anzi, molto tempo prima, quando la questione del divorzio prendeva corpo intuì ciò che poi si sarebbe avverato: la richiesta del Re ai propri sudditi di ratificare quegli eventi con un giuramento2. La scelta di non giurare non poteva, perciò, che rivelarsi dolorosa per lui e la sua famiglia. Come avrebbe potuto evitare, nonostante quei pochi accorgimenti presi per attenuare la disgrazia a cui tutti sarebbero andati incontro, che le conseguenze di quella scelta ricadessero sulla famiglia? Egli era pienamente consapevole che servire Dio, nella situazione che si era creata, significava sacrificare ciò che di più caro possedeva. E questo non poteva renderlo certamente libero interiormente dinanzi a quella scelta che lentamente andava maturando. Anzi, la prescienza di ciò che sarebbe potuto accadere, non tanto a lui personalmente, ma ai suoi cari, aumentava l’intensità della sua effettiva sofferenza, così da poter affermare, senza dubbio, che ciò fu per lui molto più atroce dello stesso martirio.

Dai resoconti biografici non sappiamo se Moro si sia mai spinto con il pensiero ad immaginare ciò a cui Dio lo chiamava, ma è certo che in quella grave questione la riflessione più profonda che dovette fare fu quella di chiedere prima a se stesso e poi a Dio se in quella situazione la fedeltà occorreva darla prima a Dio e poi alla sua famiglia; se nella scelta dei suoi avrebbe tradito Dio o se in quella di Dio era contemplata anche quella dei suoi? Il dilemma non era facile da sciogliere, tuttavia, visto come andarono le cose egli non solo decise per la rinuncia del bene più grande che possedeva sulla terra, ma dovette arrivare necessariamente alla conclusione che ciò che Dio gli chiedeva era assolutamente coerente e in continuità a ciò che lui aveva sempre professato. Sostanzialmente più che ad una rinuncia si trovava di fronte ad una trasfigurazione del principio che avveniva sicuramente in una maniera tragica, ma decisamente coerente alla logica evangelica della croce di Cristo.

Nel contesto di questa scelta emerge in tutta la sua grandezza il valore della famiglia. Se egli potette rinunciare con sofferenza ai suoi cari è perché ormai era totalmente proiettato verso Dio, in quanto aveva dato ai suoi tutto ciò che era in grado di dare e di cui essi avevano bisogno. Perciò ora in una forma totalmente trasfigurata egli poteva affermare l’antico desiderio nutrito quando entrò a far parte della Certosa di Londra e come un religioso pregare nel chiuso e nella solitudine della sua cella: ‹‹Donami la tua grazia, Signore, perché io non dia alcun valore alle cose del mondo, perché sia contento della mia solitudine e non desideri compagnie terrene; perché a poco a poco mi stacchi completamente dal mondo e fissi solo in Te il mio pensiero››3.

Un desiderio nutrito da san Tommaso nel corso di tutta la sua esistenza che trovava ora una sua consistenza e maturazione, in relazione sia alla sua personale esperienza di vita, che non era quella di un certosino, e sia alla particolare circostanza in cui veniva elevata a Dio. In quanto tale essa voleva significare che in quella grave questione, Dio doveva stare prima dei suoi; quella preghiera metteva l’uno di fronte all’altro, Dio e gli affetti terreni, e ci dice che dopo Dio, il bene primo, per un laico sposato non può che essere la famiglia, il bene secondo.

Una testimonianza particolarmente significativa per un mondo dove i valori della coniugalità, della paternità e della figliolanza hanno perduto il riferimento centrale dell’esistenza umana per cui l’uomo cerca di realizzarsi al di fuori o in contrasto a queste realtà, considerate soffocanti ed opprimenti la libertà umana. Tommaso Moro attraverso il suo modo di essere marito e padre; di affrontare le vicende della vita familiare, ci fa vedere non solo quanto questa istituzione sia affascinante e corrispondente ai bisogni più profondi dell’uomo, ma ‹‹quella verità che non viene colta oggi-giorno: la verità che il luogo della libertà è la casa (…) Se gli individui possono sperare di tutelare la propria libertà, devono difendere la loro vita familiare››4.

In effetti, se uno dei biografi di Moro propone san Tommaso come il Santo protettore delle famiglie cristiane è perché come non mai oggi la famiglia si trova nella situazione di dover recuperare la sua identità. Moro, con la sua gentilezza di marito, con la sua indulgenza di padre e con l’amabilità con cui governava la sua casa è il testimone spirituale di cui oggi le nostre famiglie hanno bisogno. Non solo Santo protettore, Santo martire delle famiglie cristiane, visto che il sacrificio suo più grande fu quello di offrire a Dio il bene più grande che possedeva.

Lui e non altri, non solo perché laico sposato (da questo punto di vista testimonianze significative in proposito non mancano), ma perché ha avuto il merito di aver sostenuto che Dio viene prima di tutto, quando si rischiava di farlo passare in secondo ordine rispetto a valori che non sono assoluti ma meramente terreni.

Giuseppe P. Gangale

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  1. W. Roper, Vita di Tommaso Moro, D’Auria Editore, Napoli, 1968, p. 84.

  2. Cfr. Ivi, p. 73.

  3. T. Moro, Preghiere della Torre, Morcelliana, Brescia, 1980, p. 47.

  4. G. K. Chesterton, Tommaso Moro, in “Perché sono cattolico” e altri scritti, Piero Gribaudi Editore, Milano 1995, pp. 118-119.

 

 

 

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