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Henry
Patenson |



Henry Patenson
Oltre allo studio, la preghiera,
l’insegnamento cristiano, la sua gentilezza di marito e tenerezza di padre, egli
governava la casa ‹‹né con la severità, né con i rimproveri, ma con la dolcezza
e l’amabilità›› , con quel suo inimitabile spirito ludico che divertiva tutti.
Se ci sono delle certezze sulla
personalità di More, questa è proprio una di esse. Non c’è biografia antica o
recente che non metta in evidenza questo lato del suo carattere, con delle vere
e proprie dissertazioni sul tema in questione, oppure riportando episodi
burleschi o battute canzonatorie che lo vedono in azione.
Scherzare per lui non era un peso
ma un piacere. Non rientrava nemmeno in un programma di tipo educativo per il
personale della sua casa. Si trattava di qualcosa che gli veniva del tutto
naturale e spontaneo, un vero e proprio atteggiamento dell’anima.
Nel descrivere questo aspetto del
suo amico Erasmo scrive:
‹‹Ha una tale carica di simpatia e
di gaiezza che vicino a lui si rasserenano anche i più malinconici e le cose più
uggiose diventano piacevoli. Fin da piccolo ha sempre preso tanto gusto agli
scherzi che si direbbe sia venuto al mondo per prendere in giro la gente: ma i
suoi scherzi non sono mai sciocchi né crudeli. Da giovane scrisse anche e
rappresentò alcune brevi commedie. Ed ha tanta passione per le battute caustiche
ed ingegnose che ci si diverte un mondo anche se prendono di mira lui stesso.
Proprio per questo da giovane si divertì a comporre degli epigrammi, facendo di
Luciano il suo autore preferito; e fu proprio lui a farmi scrivere l’Elogio
della Pazzia, che è come dire a far danzare un cammello›› .
In realtà è lo stesso Moro che ci
lascia una testimonianza inconfutabile di questo aspetto del suo carattere nella
raccolta degli epigrammi.
Per loro natura essi non sono che
dei componimenti poetici, ma nelle mani di Moro sembra che assumono quasi una
nuova veste letteraria, di tipo divertente e umoristico.
Come ad esempio quello sulle mogli.
Una cosa è fare un elogio alla propria moglie, altra cosa è scrivere che ‹‹una
moglie è pesante da sopportare, ma può esserti utile: se, morendo alla svelta,
ti lascia erede di tutto›› . Parole, forse, irrispettose, no soltanto
canzonatorie, il cui unico scopo era quello di insegnare sorridendo.
Come quelle che dedica a un amico
che aveva in casa una moglie cattiva, la quale ‹‹peggiora se la maltratti e
diventa pessima se la tratti bene. Ma diventerebbe buona se morisse, migliore se
lo facesse mentre sei ancora vivo, ottima se si sbrigasse a farlo presto›› .
Evidentemente questi sonetti non li
scriveva perché fossero pubblicati. Il loro naturale luogo di nascita era
l’ambiente familiare dove san Tommaso insieme al buffone di casa Henry Patterson
(l’uomo vicino al figlio maschio nel ritratto di Holbein), facevano a gara per
divertire la famiglia. E sicuramente doveva darsi molto da fare per non apparire
troppo meno spiritoso del suo padrone, ma che alla fine se la cavava
discretamente.
La ragione per cui Moro volle un
buffone nella sua casa non è, certo, da legare ad una volontà sfarzosa ed
ambiziosa. Può darsi che subì un condizionamento dovuto alla sua presenza nella
corte di nobili, letterati e in quella del Re dove i buffoni si guadagnavano
normalmente da vivere e, dove, con ogni probabilità incontrò il Patterson e,
forse, un po’ perché raccomandato, un po’ perché ci teneva a dare alla sua Corte
un buffone, lo prese con sé.
In ogni caso la presenza del
Patterson in casa Moro è il simbolo di questa allegra vena - che lo doveva
sostituire durante le sue lunghe assenze -, con cui san Tommaso intese governare
la sua casa.
‹‹Moro sapeva che i suoi non erano
certosini, e non voleva nemmeno che pensassero una tal cosa; così suggeriva
spesso qualche soggetto leggero e tutti altamente si divertivano. Ciò risultò
necessario alla famiglia perché la mantenne ciò che era. Falsa solennità, falsa
santità, e tutte le altre forme di falsità, sarebbero seguite senza quella vena;
e l’aria d’importanza che ne sarebbe risultata, avrebbe portato litigi su
litigi: gelosia e non gioia. La vena del Moro riduceva tutto nella sua giusta
grandezza, persino le lagnanze di sua moglie, alle quali egli rispondeva sempre
con lo scherzo›› .
In realtà l’allegra vena di Moro
altro non fu che una tendenza naturale alla simpatia e alla gaiezza mediante la
quale egli disciplinava prima se stesso, poi creava un equilibrio nei rapporti
umani, smorzava la pesantezza della vita e, infine, dissimulava un pensiero
superficiale e bigotto: uno strumento di grandi potenzialità nelle mani di un
maestro di vita.
Come dovette sembrare quella casa
ai tanti ospiti che la visitarono non possiamo che immaginarla: ‹‹nella
tranquilla luce della sera dove tutti chiacchieravano, ridevano, cantavano; e
ora l’una ora l’altra di quelle fanciulle pizzicava le corde della chitarra,
senza darsi cura del dialogo monotono dei pavoni, con il maschio che non
disdegnava di dispiegare il suo arcobaleno di piume a una platea disattenta o
indifferente…›› .
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