Oltre allo studio, la preghiera, l’insegnamento cristiano, la sua gentilezza di marito e tenerezza di padre, egli governava la casa ‹‹né con la severità, né con i rimproveri, ma con la dolcezza e l’amabilità›› , con quel suo inimitabile spirito ludico che divertiva tutti. Se ci sono delle certezze sulla personalità di More, questa è proprio una di esse. Non c’è biografia antica o recente che non metta in evidenza questo lato del suo carattere, con delle vere e proprie dissertazioni sul tema in questione, oppure riportando episodi burleschi o battute canzonatorie che lo vedono in azione. Scherzare per lui non era un peso ma un piacere. Non rientrava nemmeno in un programma di tipo educativo per il personale della sua casa. Si trattava di qualcosa che gli veniva del tutto naturale e spontaneo, un vero e proprio atteggiamento dell’anima. Nel descrivere questo aspetto del suo amico Erasmo scrive: ‹‹Ha una tale carica di simpatia e di gaiezza che vicino a lui si rasserenano anche i più malinconici e le cose più uggiose diventano piacevoli. Fin da piccolo ha sempre preso tanto gusto agli scherzi che si direbbe sia venuto al mondo per prendere in giro la gente: ma i suoi scherzi non sono mai sciocchi né crudeli. Da giovane scrisse anche e rappresentò alcune brevi commedie. Ed ha tanta passione per le battute caustiche ed ingegnose che ci si diverte un mondo anche se prendono di mira lui stesso. Proprio per questo da giovane si divertì a comporre degli epigrammi, facendo di Luciano il suo autore preferito; e fu proprio lui a farmi scrivere l’Elogio della Pazzia, che è come dire a far danzare un cammello›› . In realtà è lo stesso Moro che ci lascia una testimonianza inconfutabile di questo aspetto del suo carattere nella raccolta degli epigrammi. Per loro natura essi non sono che dei componimenti poetici, ma nelle mani di Moro sembra che assumono quasi una nuova veste letteraria, di tipo divertente e umoristico. Come ad esempio quello sulle mogli. Una cosa è fare un elogio alla propria moglie, altra cosa è scrivere che ‹‹una moglie è pesante da sopportare, ma può esserti utile: se, morendo alla svelta, ti lascia erede di tutto›› . Parole, forse, irrispettose, no soltanto canzonatorie, il cui unico scopo era quello di insegnare sorridendo. Come quelle che dedica a un amico che aveva in casa una moglie cattiva, la quale ‹‹peggiora se la maltratti e diventa pessima se la tratti bene. Ma diventerebbe buona se morisse, migliore se lo facesse mentre sei ancora vivo, ottima se si sbrigasse a farlo presto›› . Evidentemente questi sonetti non li scriveva perché fossero pubblicati. Il loro naturale luogo di nascita era l’ambiente familiare dove san Tommaso insieme al buffone di casa Henry Patterson (l’uomo vicino al figlio maschio nel ritratto di Holbein), facevano a gara per divertire la famiglia. E sicuramente doveva darsi molto da fare per non apparire troppo meno spiritoso del suo padrone, ma che alla fine se la cavava discretamente. La ragione per cui Moro volle un buffone nella sua casa non è, certo, da legare ad una volontà sfarzosa ed ambiziosa. Può darsi che subì un condizionamento dovuto alla sua presenza nella corte di nobili, letterati e in quella del Re dove i buffoni si guadagnavano normalmente da vivere e, dove, con ogni probabilità incontrò il Patterson e, forse, un po’ perché raccomandato, un po’ perché ci teneva a dare alla sua Corte un buffone, lo prese con sé. In ogni caso la presenza del Patterson in casa Moro è il simbolo di questa allegra vena - che lo doveva sostituire durante le sue lunghe assenze -, con cui san Tommaso intese governare la sua casa. ‹‹Moro sapeva che i suoi non erano certosini, e non voleva nemmeno che pensassero una tal cosa; così suggeriva spesso qualche soggetto leggero e tutti altamente si divertivano. Ciò risultò necessario alla famiglia perché la mantenne ciò che era. Falsa solennità, falsa santità, e tutte le altre forme di falsità, sarebbero seguite senza quella vena; e l’aria d’importanza che ne sarebbe risultata, avrebbe portato litigi su litigi: gelosia e non gioia. La vena del Moro riduceva tutto nella sua giusta grandezza, persino le lagnanze di sua moglie, alle quali egli rispondeva sempre con lo scherzo›› . In realtà l’allegra vena di Moro altro non fu che una tendenza naturale alla simpatia e alla gaiezza mediante la quale egli disciplinava prima se stesso, poi creava un equilibrio nei rapporti umani, smorzava la pesantezza della vita e, infine, dissimulava un pensiero superficiale e bigotto: uno strumento di grandi potenzialità nelle mani di un maestro di vita. Come dovette sembrare quella casa ai tanti ospiti che la visitarono non possiamo che immaginarla: ‹‹nella tranquilla luce della sera dove tutti chiacchieravano, ridevano, cantavano; e ora l’una ora l’altra di quelle fanciulle pizzicava le corde della chitarra, senza darsi cura del dialogo monotono dei pavoni, con il maschio che non disdegnava di dispiegare il suo arcobaleno di piume a una platea disattenta o indifferente…›› .
Henry Patenson
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