San Tommaso Moro

"Il giusto sarà ricordato per sempre” Salmo 112,6;

«Il beato Tommaso Moro è più importante in questo momento che in qualsiasi altro momento della sua vita, forse anche più che nel grande momento della sua morte; ma non è ancora così importante come sarà fra un secolo. Allora, egli verrà forse considerato il più grande degli inglesi, o per lo meno il più grande degli inglesi che hanno agito nella storia».

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Escriva de Balaguer

Andrés Vazquez de Prada, El fundador del Opus Dei: Mons. Josemaria Escriva de Balaguer (1902-1975), Rialp, Madrid 1983 (non si tratta dell'ultima biografia che l'autore ha scritto, di cui sono usciti due volumi, ma di una precedente, più breve). Peter Berglar, Opus Dei: la vita e l'opera del Fondatore Josemaria Escriva, Rusconi, Milano 1992. In queste due opere vi sono riferimenti a san Tommaso Moro, rintracciabili attraverso l'indice dei nomi. Ambedue gli autori sono, tra l'altro, profondi conoscitori del grande martire inglese (Vazquez de Prada è autore di una biografia: Sir Tomas Moro: Lord Canciller de Inglaterra, Rialp, Madrid 1975). Pilar Urbano, Josémaria Escriva, romano, Mondadori, Milano 1996 Ana Sastre, Tiempo de caminar, Rialp, Madrid 1987. Dominique Le Tourneau, Josémaria Escriva et Thomas More: L'heroisme au quotidien, in "Moreana" XXXVIII (2001) 25-40.

INTERVENTI DEL SENATORE FRANCESCO COSSIGA

Interventi del Senatore Francesco CossigaI Cattolici e la vita politica. Alla Pontificia Università della Santa Croce ha avuto luogo una tavola rotonda sui cattolici e la vita politica. All'atto sono intervenuti il cardinal Ratzinger, l'ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga e vari intellettuali. 29 Aprile 2003 Lo scorso 9 aprile si è svolta nell’Aula Höffner della Pontificia Università della Santa Croce una tavola rotonda su “L'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” a proposito della Nota dottrinale dallo stesso titolo pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 16 gennaio 2003 (www.vatican.va). Per riflettere sul contenuto di quella Nota si sono riuniti il cardinale Joseph Ratzinger (Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 1981) e diversi politici e intellettuali come Francesco Cossiga, Giuseppe De Rita, Ernesto Galli della Loggia, Paolo Del Debbio e Ángel Rodríguez Luño. L’atto è iniziato con un saluto del gran cancelliere dell’Università, monsignor Javier Echevarría, chi si è riferito alla politica come ad un cammino possibile di santità, come ha dimostrato l’esempio di san Tommaso Moro, patrono dei governanti e dei politici. L’autonomia dei cattolici nella vita politica “Il documento parla direttamente ai cattolici ma vuole fare pensare tutti, senza imporre niente”, ha esordito così il cardinale Joseph Ratzinger. Per il porporato bavarese “la politica appartiene alla sfera della ragione, che è ragione naturale e ragione comune a tutti”. “Uno Stato laico - ha sottolineato - esclude la teocrazia e l'idea di una politica dettata dalla fede: la fede può illuminare la politica, ma non si può trasferire il campo politico dalla ragione alla fede”. La politica “va guidata dalla ragione e dalle virtù naturali della prudenza, la temperanza, la giustizia e la fortezza”. Per il cardinale, l’impegno attivo dei cattolici in politica richiede di evitare due pericoli: sia “la ’teologizzazione’ della politica” che “’l’ideologizzazione’ della religione”. Questa distinzione delle due sfere - ha spiegato - è essenziale, appartiene da sempre alla tradizione del cristianesimo, e si ritrova già nelle parole di Cristo quando indica di dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare. “La giusta profanità o laicità della politica esclude l’idea di una teocrazia, di una politica determinata dal dettato della fede”, ma esclude anche “un positivismo ed un empirismo che mutila la ragione” ed “acceca i valori morali”. “La mutilazione della ragione distrugge la politica, riducendola a un’azione puramente tecnica”, ha constatato il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, a sostegno del fatto che la politica fa parte della sfera della ragione comune, che permette di “conoscere i grandi valori che determinano le nostre scelte prudenziali”. Se invece dominano soltanto i criteri empirici e materialistici, la politica diventa “semplice strumento condizionato dal più forte”, dove viene esclusa la morale. La fede, da parte sua, può “sanare una ragione ammalata”, ha riconosciuto Ratzinger, dato che “c’è un certo legame fra fede e ragione”. La fede “può illuminare la ragione ma non la sostituisce; non la aliena, ma l’aiuta a essere se stessa”. “Nel frattempo - ha detto Ratzinger - i politici credenti possono illuminare la discussione politica con il loro atteggiamento, testimoniando la fede come presenza reale, contribuendo in questo modo con la ragione nel governo di ogni atto politico”. E ha concluso ricordando che “gli imperativi morali che ha il politico cattolico sono valori da difendere sempre, perfino quando la maggioranza sia contraria ad essi”. Coerenza e libertà L’ex presidente della Repubblica italiana e senatore a vita Francesco Cossiga ha affermato che “questo documento chiarisce alcune proposizioni che dovrebbero essere molto precise non solo in un cattolico o in un cristiano, ma anche in un democratico”. Fra queste, l’impossibilità di ritenere che “la politica si debba collocare al di fuori dell’etica”, come se fosse soltanto un “impegno tecnico”. Cossiga ha descritto due tipi di conoscenza: secondo la fede e secondo la ragione; esse però “non sono due verità” ma “due approcci per conoscere le regole morali”. E ha aggiunto: “Poiché la politica si rivolge a tutti gli uomini, è bene che i cattolici tengano conto dei diversi tipi di libertà che questa vuole assicurare”. Per l’ex presidente la laicità della politica sta, dunque, nel rispetto delle altrui libertà e non nel rendere “laica” la propria fede. Anche per monsignor Ángel Rodríguez Luño, ordinario di Teologia morale nella Pontificia Università della Santa Croce, la fede cristiana non si identifica né contiene alcuna sintesi politica concreta, ma è al tempo stesso “ricca di conseguenze per l’attività politica” giacché “la fede informa, conferma, aggiunge o modifica le diverse culture politiche di quanti la accolgono”. D’altra parte, “la storia dimostra che la fede talvolta è stata pure innovativa e creativa in ambito sociale e politico”. La connessione fra la sfera politica e la sfera religiosa “non può fondare confusione alcuna fra la società politica e la comunità religiosa”. Per Rordíguez Luño, “il luogo privilegiato in cui la connessione tra le verità religiose e l’attività politica lascia sentire tutto il suo peso è la coscienza di quanti sono al tempo stesso e inseparabilmente cittadini dello stato e fedeli della Chiesa”. Ciò che viene chiesto ai cittadini cattolici “è che la loro attività sociale e politica sia coerente con i valori che sono contenuto essenziale della coscienza cristiana”. Questi non sono valori propriamente confessionali - ha spiegato - “ma valori etico-politici propri di ogni società umana ben ordinata quali il rispetto e la promozione della vita, della libertà, della giustizia, della dimensione religiosa dell’esistenza umana, della solidarietà, della pace e, in generale, il primato del bene comune sugli interessi e le strumentalizzazioni di parte”. I due concetti essenziali della Nota sono dunque, per Rodríguez Luño, “coerenza e libertà”. Mentre il ruolo principale della Chiesa, secondo il professore, sarebbe quello di “formare le coscienze” piuttosto che “creare una cultura”, in modo che siano le persone ben formate quelle “in grado di esprimere una cultura in un contesto di legittima pluralità”. C’è bisogno di grandi valori più che di leggi formali Il professore Giuseppe De Rita, Segretario generale della Fondazione CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali), ha sottolineato la contrapposizione che offre la Nota fra “una condanna giusta del relativismo culturale e il pluralismo etico, da una parte, e d’altra parte l’affermazione positiva della centralità della persona, perché la partecipazione democratica si rende possibile solo nella misura in cui trova alla base una retta concezione della persona”. In questo senso, ha affermato, “ogni democrazia sarebbe fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona”. Ai grandi valori si è riferito pure Ernesto Galli della Loggia, editorialista del “Corriere della Sera” e professore ordinario di storia dei partiti e dei movimenti politici all’Università di Perugia. Galli della Loggia ha affermato che la Nota vaticana “colpisce uno dei problemi centrali della condizione delle società liberali attuali”, e cioè “la mancanza di grandi valori condivisi”. Non bastano - ha aggiunto - “le leggi formali o i vari apparati amministrativi economici e politici a far funzionare una società che invece ha bisogno di valori condivisi”. Il dibattito è stato chiuso dal professore Paolo Del Debbio, docente di Etica sociale e della comunicazione, e autore di un recente libro sulla globalizzazione (“Global”, Mondadori 2003). Secondo Del Debbio il cattolico impegnato in politica dovrebbe evitare il dibattito vago sui valori, sul “cosa fare in generale”, e dedicarsi, invece, a “indicare alcune strade molto precise e non universaliste sul come si fanno queste cose”.

EL PAIS

“Poter contare sulla simpatia del Papa è uno stimolo”.“L’autentico criterio per valutare la situazione dell’Opus Dei è la fedeltà personale di ognuno dei suoi membri a Gesù Cristo”. In una intervista pubblicata su El Pais l’8 gennaio 2002 il Prelato parla del Centenario del Fondatore, della pace nel mondo e del Santo Padre. Lola Galán // El País 08 Gennaio 2002 Javier Echevarría, 71 anni, la più alta gerarchia dell’Opus Dei dal 20 aprile 1994, si prepara a festeggiare il centenario della nascita del fondatore, il beato Josemaría Escrivá, avvenuta il 9 gennaio 1902. Un centenario che avrà il suo momento culminante nella canonizzazione di Escrivá, già annunciata dal Papa. Javier Echevarría ha accettato di rispondere a un questionario inviato da questa corrispondente, da lui poi ricevuta nella sede romana dell’Opera. Echevarría respinge le accuse di segretezza che pesano sull’Opera. “Ho l’impressione che siano cose del passato, frutto di una manipolazione della realtà compiuta da gruppuscoli gelosi del proprio esclusivismo”, dice. Pur insistendo sul fatto che Giovanni Paolo II non fa distinzioni tra i cattolici, il prelato ammette che per l’Opera è uno stimolo “poter contare sulla simpatia del Papa”. Aggiunge che non considera l’istituzione una cosa spagnola, “ma universale”, che può contare su molti ammiratori. In quanto ai detrattori, crede che siano vittime dell’ignoranza o di “generalizzazioni indebite”, compiute a partire dagli errori di alcuni membri. Qual è l’attuale situazione dell’Opera? In questo momento fanno parte dell’Opus Dei 85.000 fedeli di 60 Paesi diversi. Ognuno di loro cerca di diffondere intorno a sé il messaggio di Cristo attraverso l’amicizia, senza considerarsi per nulla migliore degli altri, dai quali cerca di imparare. L’autentico criterio per valutare la situazione dell’Opus Dei è la fedeltà personale di ciascuno a Gesù Cristo: su questo noi fedeli della prelatura ci esaminiamo alla fine di ogni giornata. L’Opera ha organizzato diverse celebrazioni, ma la più importante sarà la canonizzazione del beato. Ricordando le polemiche suscitate dalla beatificazione nel 1992, non teme che le critiche si riproducano? Non si conosce la data della canonizzazione del beato Josemaría; dipende dal Santo Padre, che di solito rende pubblica la data delle canonizzazioni durante i Concistori. Siamo felici per la progressiva diffusione della devozione al beato Josemaría in tanti paesi del mondo, a partire dal 1975. Non temo un ambiente polemico e non si tratta solo di una previsione ottimistica: articoli e lettere che ho letto in questi mesi lo confermano. L’Opus Dei gode di grande considerazione nell’attuale Papa, che nel 1982 le concesse la qualifica giuridica di prelatura personale. Fino a che punto è stato importante per l’Opera poter contare sulle simpatie del Pontefice? Credo che un cattolico debba amare il Papa – tutti i papi – con identici sentimenti di affetto e di venerazione. L’amore al Romano Pontefice nasce dalla fede, non dalle preferenze, perché in lui vediamo il Vicario di Cristo tra gli uomini. Mi permetto di affermare che il Papa non fa distinzioni: è padre di tutti i cattolici e tratta tutti con la medesima carità. Fatta questa premessa, poter contare sulla sua simpatia è uno stimolo, un invito all’unità, un motivo di gratitudine e di responsabilità. La decisione di erigere l’Opus Dei in prelatura si basò su seri studi teologici e giuridici; il Concilio Vaticano II, con l’approvazione di Paolo VI, ne stabilì le basi. E’ vero che Giovanni Paolo II mise il suo sigillo nel documento finale, ma alla decisione si arrivò con un’ampia convergenza, e, su richiesta del Papa, tutti i vescovi delle nazioni dove l’Opus Dei svolgeva l’apostolato diedero il loro parere. L’Opus Dei e la Compagnia di Gesù sono iniziative religiose spagnole con personalità propria all’interno della Chiesa. I gesuiti hanno un pedigree progressista, l’Opera conservatore. Quali sono i vostri rapporti? Se mi permette un chiarimento preliminare, le dirò che io conobbi l’Opus Dei nel 1948 e da quell’anno sono stato uno dei suoi tanti fedeli; però non l’ho mai considerato una cosa spagnola, ma una istituzione universale. Era nata in Spagna, ma era stata progettata da Dio per tutto il mondo. D’altra parte, alcune parole che aiutano a semplificare le cose – per esempio, conservatore o progressista – devono essere usate con attenzione, perché fanno sì che molte persone, per paura di essere etichettate e classificate, non dicono la verità su ciò che pensano. Che cosa ne penso io? Penso che la Compagnia di Gesù ha avuto e ha una grande missione nella Chiesa e nel mondo. La Compagnia e la Prelatura sono di natura diversa e nascono da carismi diversi; io non li interpreterei in una chiave estranea alla loro più profonda realtà ecclesiale, né mi permetterei di paragonarli. Josemaría Escrivá aveva una grande devozione per sant’Ignazio di Loyola. Con quale gioia si saranno abbracciati in Cielo! In Vaticano si valuta positivamente la capacità dell’Opera di convocare grandi masse in occasione delle cerimonie pubbliche del Papa; ma qual è stato ed è il principale contributo dell’Opera alla Chiesa cattolica? Non mi sento a mio agio quando si parla di contributo dell’Opus Dei alla Chiesa, perché tutta la ricchezza dello spirito dell’Opus Dei è della Chiesa. Il beato Josemaría diceva: “È di Cristo che dobbiamo parlare, non di noi stessi”. Se mi domanda qual è il nucleo del messaggio e la missione dell’Opera, lo riassumerei nella chiamata universale alla santità, nella possibilità di trasformare la vita ordinaria dei fedeli in un cammino di santità mediante la santificazione del lavoro e dei doveri familiari e sociali. Lei, così come monsignor Álvaro del Portillo, suo predecessore a capo della prelatura, è stato diretto collaboratore del beato Escrivá. Lei ne è stato per 25 anni il segretario particolare. Non si può considerare eccessivamente endogamica la successione ai vertici della prelatura dell’Opus Dei? Considero i 25 anni trascorsi accanto al fondatore dell’Opus Dei come un privilegio immeritato e un richiamo costante alla responsabilità. Non ringrazierò mai abbastanza Dio per questo dono. E lo stesso debbo dire degli anni in cui ho collaborato con monsignor Del Portillo. Endogamia? È normale che la designazione dei prelati che stanno a capo delle strutture gerarchiche della Chiesa ricada su quelli che già vi lavoravano. Josemaría Escrivá stette a Roma per quasi tutta la sua vita adulta. Per quale ragione? Era prioritario per il beato ottenere uno status giuridico per l’Opera? Roma è la sede di Pietro, capitale della Chiesa, simbolo della sua universalità. L’Opus Dei nacque a Madrid, ma con una essenziale dimensione universale e pertanto Roma era la sua sede naturale. Lo statuto giuridico dell’Opus Dei riflette questa caratteristica originale. Il beato Josemaría aveva un profondo senso del diritto, che serve per dare forma al carisma e garantirne il futuro nella Chiesa. Per questo mise in atto tutti i mezzi per trovare una configurazione giuridica che riflettesse i caratteri essenziali dell’Opus Dei. Nel 1994 lei disse che le critiche all’Opera provengono da una minoranza spagnola. Tuttavia in Italia negli anni ottanta fu tentato un processo parlamentare contro l’Opera, per stabilire se si trattava di una setta. Che cosa dà fastidio dell’Opus Dei? Anzitutto, l’Opus Dei è apprezzato da moltissime persone. Di fatto le accuse da lei menzionate furono studiate e si dimostrarono prive di fondamento. In quanto alla sua domanda, penso che l’Opus Dei possa dare fastidio soprattutto a chi non lo conosce e a chi dà fastidio la Chiesa cattolica. Si sono formati degli stereotipi che poco hanno a vedere con la realtà della vita dei fedeli della prelatura e che ne danno un’immagine sgradevole e falsa. Può anche accadere che qualcuno si senta infastidito dai difetti o dagli errori che ha notato in alcuni fedeli dell’Opus Dei; ma mi pare una generalizzazione indebita proiettare queste manchevolezze personali sulla prelatura. Ci sono anche persone cui danno fastidio gli intellettuali, i politici, gli imprenditori, gli operai o i padri e le madri di famiglia che vivono la propria fede con coerenza ed esprimono talvolta un’opinione contro corrente: per esempio, l’intenzione di far progredire la cultura della la vita o della famiglia. L’Opera è stata accusata di segretezza e di esercitare la sua enorme influenza in maniera un po’ occulta. Perché tanta riservatezza da parte dei suoi membri nell’ammettere di appartenervi? Mi perdoni se le dico che non sono d’accordo. I fedeli dell’Opus Dei sono ben conosciuti come tali dalle proprie famiglie, dai colleghi, dagli amici. Non fanno difficoltà, anzi, il contrario, a che si sappia che fanno parte della Prelatura. Altrimenti come potrebbero parlare di ciò che vivono, dell’Opus Dei, del desiderio di cercare la santità nel lavoro professionale? Ho l’impressione che siano cose del passato, frutto di una manipolazione della realtà compiuta da gruppuscoli gelosi del proprio esclusivismo. Mi sembra che siano poche le istituzioni delle quali si sappia di più che dell’Opus Dei: si pubblica un bollettino ufficiale della Prelatura, si può ritrovare l’Opus Dei nelle guide telefoniche e in Internet. Come giudica la situazione internazionale dopo gli attentati dell’11 settembre? Come tutti, ho sofferto molto per gli attentati. Mi hanno impressionato profondamente le parole del Papa – cito a memoria – sulle speranze di pace per lungo tempo accarezzate e improvvisamente ferite da questo tremendo episodio. Ho pensato alle tragedie dei nostri tempi, come quelle dell’Africa, che avvengono lontane dalle telecamere, ma gridano anch’esse al cielo. Queste profonde crisi dimostrano che sono necessarie soluzioni radicali, forse nuove forme di relazioni tra i popoli, nelle quali non prevalga la logica della forza, del potere o del denaro, ma quella del dialogo. Sembra indispensabile trovare modi più concreti di promuovere la giustizia. C’è chi ha sostenuto che si tratta di un’autentica contrapposizione di culture. Come vede l’Opera le relazioni con l’islam? Preferisco non interpretare la situazione come una contrapposizione planetaria. Una terribile azione terroristica, perpetrata da un gruppo di fanatici, non può screditare d’un tratto la storia e la cultura di decine di Paesi, anche se questo è certamente, per tutto il mondo, un campanello d’allarme. Quale crede che sarebbe la reazione del beato Escrivá, se oggi potesse vedere la situazione in cui si trova il mondo, nella quale ormai s’intravede anche la possibilità di clonare gli esseri umani? L’umanità è sempre stata solerte nel tormentare se stessa. La clonazione è come un incubo: l’uomo si ubriaca del potere che gli dà la tecnica e ne fa un uso smodato, seminando intorno a sé paura e sfiducia perché, con la mancanza di etica, di morale, trovano giustificazione persino le peggiori forme di barbarie del secolo XX che tanto danno hanno provocato. Non ho dubbi che nel beato Josemaría produrrebbero un gran pena; però nel mondo di oggi molte sono le cose che susciterebbero in lui ammirazione e gioia. Crede che sarebbe soddisfatto della sviluppo della sua Opera? Penso di sì. Mi sembra che uno dei suoi grandi contributi sia stato proprio quello di stimolare i cristiani a sentirsi “seminatori di pace e di gioia”. Josemaría Escrivá aveva una grande simpatia per i santi che, secondo i loro contemporanei, erano persone dotate di buon umore, come Tommaso Moro, Filippo Neri, santa Teresa o don Bosco. Per questo andò sempre d’accordo con la gioventù.

LA STAMPA

“Pubblichiamo uno stralcio di un saggio di Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, sul rapporto tra Escrivá e San Tommaso Moro”. Articolo pubblicato su “La Stampa” il 9 gennaio 2002. La Stampa // Francesco Cossiga 09 Gennaio 2002 La persona che prima del Concilio ha avuto l'intuizione dell'autonomia del ruolo del laico nella Chiesa e del fatto che l'esser laico è una specifica vocazione ecclesiale è stato Josemaría Escrivá. L'Opus Dei è infatti essenzialmente una istituzione laicale, tanto che il fondatore cercò e trovò i primi membri tra laici impegnati nelle professioni liberali e non andò a cercarli tra i preti! Dovendo trovare una sistemazione giuridica, all'inizio dovette acconciarsi a una formula giuridica inadatta a esprimere la vocazione dei membri dell'Opus Dei; infatti quando il Beato Escrivá andò, verso il 1946, dall'allora Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Tardini, poi cardinale, a esporre queste sue idee, questi gli fece capire che le sue idee erano assai premature per i tempi che la Chiesa stava vivendo: «Chissà, fra cinquant'anni...», gli disse. Ma Escrivá cominciò a lavorare per ottenere la soluzione giuridica definitiva, che è oggi quella della Prelatura personale, già prevista nei documenti applicativi del Concilio Vaticano II. Ecco dunque l'intuizione. Il laico ha una sua vocazione specifica. Per dirla con parole mie, il laico è il sacerdote del tempo, è il sacerdote della storia, è il sacerdote della comunità temporale. La vocazione specifica del laico è quella del sacerdozio delle cose del tempo...nella ricerca, nella tecnica e poi, aggiungo, nella politica, che è l'espressione temporale della virtù della giustizia e della carità. O la politica viene considerata infatti una proiezione temporale della carità, cioè del servizio altissimo agli altri o, la politica non può assolutamente considerarsi una vocazione per il cristiano. Questa certezza di Escrivá, di considerare il laico dotato di una propria missione nella Chiesa, fa comprendere come egli abbia sempre guardato a Tommaso Moro come a un personaggio ideale, a lui molto vicino. Thomas More è il primo, per così dire, che ha avuto una vocazione laica, non senza un suo tormento. Era figlio di un grande avvocato che aveva avuto quattro mogli. Tommaso fu mandato prima come paggio alla corte del Cardinale Arcivescovo di Canterbury, poi andò a studiare a Oxford, nella Saint Mary Hall. Poi divenne avvocato e decise di sposarsi: considerava il matrimonio non come uno stato inferiore rispetto a quello religioso o quello sacerdotale, ma come una specifica vocazione. Fu grande avvocato, fu sceriffo di Londra, fu grande diplomatico, membro e poi speaker della Camera dei Comuni e poi Lord Cancelliere d'Inghilterra, la carica più alta del Regno.

RELAZIONE ANNUALE DEL CENTRO ELIS DI ROMA

Relazione annuale delle attività del Centro ELIS di Roma e intervento del senatore a vita Francesco Cossiga, nell’atto di inaugurazione dell’anno formativo. Non sempre è facile trovare dei punti di contatto tra un laureato in ingegneria elettronica, un giocatore dilettante di basket ed un pensionato settantenne; ma se ci troviamo al Centro ELIS di Roma si può indovinare a colpo sicuro il loro “comune denominatore”: la formazione. Il direttore del Centro, Girolamo Inzerillo, ha aperto l’incontro illustrando l’ideale che guida chi lavora all’ELIS. “C’è in noi la consapevolezza di avere fra le mani un “tesoro”, i nostri allievi, e che, assicurando loro un’adeguata formazione, contribuiamo a migliorare la società di domani.” Nella relazione annuale sulle attività svolte il Direttore dell’ELIS ha fornito anche qualche “numero” per comprendere l’incidenza quantitativa dello sport nel lavoro formativo: 3 campi di calcio, 1 di basket, 1 palestra coperta, 400 allievi, 19 gruppi. Sport praticati: calcio, basket, pallavolo; 1 gruppo senior per il “mantenimento fisico dei papà”, 8 ore di attività quotidiana, 10 volontari, 20 allenatori, 20 tornei annuali fra i quali Eliscup e Olimpiadi Elis. L’estate scorsa è stato organizzato anche un campo estivo con 40 giovani del quartiere, per tutto il giorno dalle 8.30 alle 16.30. La capienza della Residenza quest’anno è aumentata, passando da 75 a 100 posti e ospitando studenti delle varie università di Roma, fra cui anche due europei del programma Erasmus. In Italia l’artigianato costituisce una risorsa importante. Per questo la scuola professionale ha continuato i corsi per orafi incastonatori e orologiai riparatori, rivolti a ragazzi di età compresa fra i 15 e i 18 anni. Il 10 novembre la Scuola di Formazione Superiore ha consegnato i diplomi a cinquanta alunni dei corsi biennali residenziali per Tecnici di Ingegneria della Manutenzione e Telecommunication Managers. Il 90% di questi neo-diplomati ha già oggi un’occupazione soddisfacente. Il loro profilo professionale, infatti, è stato disegnato insieme alle aziende che partecipano al progetto offrendo ad ogni allievo la possibilità di svolgere uno stage di complessivi 5 mesi. Il 60% della formazione è a carico di esperti aziendali, garantendo così un costante aggiornamento dei contenuti. Un ultimo accenno è stato dedicato all’attività dell’AVEL, l’associazione che riunisce ex-allievi ed amici dell’ELIS e che sta svolgendo un paziente lavoro di volontariato. Oltre a favorire la raccolta di donativi necessari per le attività di formazione, l’AVEL finanzia “prestiti d’onore” per consentire ad alcuni ragazzi di coprire almeno in parte il costo degli studi. Inoltre, anche quest’anno l’AVEL promuove corsi di alfabetizzazione informatica aperti al quartiere, in cui lavorano come docenti gli studenti della scuola di formazione superiore. L’ing. Inzerillo ha dato quindi la parola al senatore a vita Francesco Cossiga, che ha illustrato il rapporto tra la figura di san Tommaso Moro e gli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá. Il senatore Cossiga, ripercorrendo le fasi principali della biografia di Sir Thomas More, ha messo in luce la specificità della sua vocazione genuinamente laicale, realizzata attraverso le circostanze quotidiane della vita, nel suo lavoro come avvocato e nelle responsabilità di padre di famiglia . «La vocazione del laico non è una vocazione residuale, per sottrazione, come di colui che non è né sacerdote né religioso. Il laico può e deve coltivare una autentica spiritualità secolare che passa attraverso le circostanze ordinarie professionali, familiari e sociali. Per questo il Beato Josemaría Escrivá vide in Tommaso Moro un antesignano della piena vocazione dei laici ed è stato un tenace sostenitore della chiamata universale alla santità ancor prima del Concilio Vaticano II.» E’ per questo - ha concluso Cossiga –che anche la politica può diventare una vocazione professionale per un cristiano, purché vissuta come espressione temporale della giustizia e della carità. È quanto fece Thomas More, il quale l’anno scorso, durante il Giubileo, è stato proclamato da Giovanni Paolo II “patrono” dei politici e dei governanti, anche in seguito ad una formale richiesta inoltrata da numerosi capi di governo e pubblici amministratori delle più svariate militanze politiche.


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